La leggenda di Manonè

Racconto contenuto nello Speciale Natale di Quants, dicembre 2023.

C’era una volta, in un posto nel centro del Mediterraneo, una casa che attirava la curiosità di persone da ogni parte del mondo. A vederla dall’esterno non aveva nulla di particolare: era infatti una normale abitazione a un piano, con un tetto spiovente, le pareti esterne gialle, un portoncino e le finestre verdi. Intorno c’era un piccolo giardino ben tenuto e una rastrelliera per le biciclette. Quello che rendeva particolare la casa era che si trovava esattamente al confine tra due Stati. Infatti, dato che i politici che avevano creato questi Stati avevano tracciato i confini con un tratto di penna sulla carta geografica, non si erano accorti di avere fatto passare la linea proprio sopra la casetta e quando se ne accorsero era oramai troppo tardi: i militari si erano già messi all’opera e, all’interno della casa, avevano costruito una parete come confine. Ma così facendo la cucina rimaneva in uno Stato mentre la stanza da letto nell’altro, per cui gli ospiti della casa erano cittadini di uno Stato durante il giorno e cittadini di un altro Stato durante la notte. Così, fu concesso loro il permesso di costruire una porta che permettesse agli abitanti della casa di attraversare il muro ogni volta che lo desiderassero, anche perché i politici si resero conto che era troppo dispendioso mettere le guardie dentro casa per concedere il permesso di passaggio tutte le volte che ce ne fosse stato bisogno. La questione fu dunque brillantemente risolta dalle Autorità ma fu giudicata troppo stressante da chi ci abitava, per cui piano piano tutti gli ospiti lasciarono la casa.
Ma chi erano questi ospiti?
Gli abitanti della casa erano bambini, bambine, ragazzini e ragazzine che avevano perso i genitori e vivevano con gli educatori e le educatrici che si prendevano cura di loro. Alcuni, una volta compiuta la maggiore età, che all’epoca dei fatti era di 14 anni, erano andati via per conto loro. Altri invece avevano seguito gli educatori, che si sentivano troppo confusi a fare parte di due Stati ogni santo giorno. L’unico che decise di rimanere era un ragazzino di nome Manonè. Per la verità, non sappiamo il suo vero nome. Sappiamo però che tutti gli altri lo chiamavano così perché era un tipo che rimuginava sempre su tutto e si faceva mille domande sulle cose. E sì che era stato ripreso mille volte da chi aveva più esperienza: “troppe domande non ti rendono più intelligente ma ti rendono più stupido”, gli diceva l’educatrice Ludovica; “troppe domande non servono: certi problemi non si risolvono, si superano”, aggiungeva l’educatore Gustavo. Ma lui niente: ogni cosa che gli accadeva, suscitava in lui una domanda. E infatti, quando si trattò di abbandonare la casa, il ragazzino volle prendersi un po’ di tempo per riflettere:


“Ma non è che se vado via mi succede questo”?
“Ma non è che se rimango mi succede quello”?
“Ma non è che è più giusto fare così”?
“Ma non è che è più giusto fare colà”?
Manonè, appunto.


Il ragazzino si stava ponendo ancora le sue mille domande quando, poco alla volta, tutti gli altri lo abbandonarono perché non riuscivano più a tollerarlo. Si erano accorti infatti che a lui non interessavano le risposte, perché era già concentrato sulla domanda successiva. Anche Ludovica e Gustavo decisero che era meglio che trovasse da solo la sua strada: “Manonè deve rivolgersi alla sua ombra per ottenere le risposte che cerca”, stabilì serafico l’educatore Gustavo. E pertanto una sera lo lasciarono e il ragazzino rimase da solo con le sue domande, nella casa costruita al confine tra due Stati.
I primi tempi trascorsero per Manonè molto serenamente. Si divertiva a fare il giro della casa con la bici oppure a entrare e uscire dalle due porte di ingresso e a vivere la curiosa situazione di essere il primo, o l’ultimo, abitante dei due Stati. Ogni tanto passava la Guardia di frontiera per chiedergli se avesse bisogno di qualcosa e per assicurarsi che stesse bene, ed era a lei che Manonè rivolgeva le sue domande:


“Signora Guardia di frontiera, ma non è che ci invadono”?
“Signora Guardia di frontiera, ma non è che questo cibo è vietato qui e permesso di là”?
“Signora Guardia di frontiera, ma non è che è mi succede questo”?
“Signora Guardia di frontiera, ma non è che è mi succede quello”?


Ma alla terza domanda la Guardia era già fuggita via lontana con la sua moto.
Dato però che non riusciva a chiacchierare con le persone, Manonè pensò che fosse una buona idea usare un programma di intelligenza artificiale per tenersi compagnia: l’idea superò vittoriosa il vaglio delle domande a cui la sottopose il ragazzino. Pertanto, nei giorni successivi, Manonè trovò finalmente libero sfogo alla sua curiosità: il Programma rispondeva a tutte, tutte, tutte ma proprio tutte le domande che gli venivano rivolte. Certe volte con i suoi amici si era vergognato del fatto che le sue potessero essere domande stupide ma con Lui, o Lei, non si vergognava. Anzi si sentiva rassicurato e libero di potere chiedere qualunque cosa.


“Quante persone ci sono in Cina?”
“Quanto sono alti gli olandesi più alti?”
“Quante farfalle nascono ogni giorno in Brasile?”
“Quanta gente, nel mondo, sta indossando il pigiama in questo preciso istante?”
“Quanti sono i colori?”
“Perché piangiamo?”


Chiedeva tutto, e nel sentirsi rispondere era felicissimo. Una volta però fu l’Intelligenza artificiale a volergli fare una domanda ma dalla reazione di Manonè si riprogrammò in modo da non toccare più l’argomento. Chiese infatti al ragazzo che ne era stato dei suoi genitori e lui per tutta risposta spostò subito il pc nel territorio dello Stato in cui l’uso dell’intelligenza artificiale era vietato. Lasciò lì il computer per un giorno e poi lo rimise nella parte di spazio in cui era consentito usarla. “Evidentemente” – pensò il Programma – “ci sono domande che anche lui non è pronto a porsi”. A parte questo episodio, per il ragazzo fu un bellissimo periodo. Manonè aveva riempito pagine e pagine di appunti e aveva imparato un miliardo di cose. Era talmente grato al suo Programma che una volta pensò che gli avrebbe fatto piacere dargli un volto. Gli chiese se si sentisse uomo o donna e lui, o lei, rispose che si sentiva una donna. Allora il ragazzino, che in quel periodo aveva anche imparato a disegnare, prese una grande tela e fece un bellissimo ritratto di un volto femminile. “Mi sono ispirato a mia madre”, fu l’unica cosa che disse al Programma. E in effetti anche quest’ultima si commosse ma lo fece a modo suo, cioè scrivendolo sullo schermo. Poi l’una si spense e l’altro si addormentò, tutte e due vicini, e quella fu l’ultima notte felice per il nostro giovane amico.
E già perché l’indomani bussarono alla porta della casa le Guardie di frontiera di uno dei due Stati, quello dei due in cui c’era l’assoluto divieto di raffigurare immagini dell’intelligenza artificiale. Questo per evitare che si creasse una idolatria, cosa che destava molta preoccupazione tra le Autorità. Manonè si rimproverò subito di non essersi posto prima la domanda corretta, ché se l’avesse fatto a quest’ora non avrebbe avuto alcun guaio con la giustizia, mannaggia a lui. Non riusciva a perdonarsi questa sua distrazione ma oramai era troppo tardi: le guardie erano lì a casa con i filmati del drone che lo ritraevano mentre parlava con il ritratto da lui stesso dipinto.

“Ma a cosa serve la democrazia in un deserto in cui non ci abita nessuno?”

“Ma non è che ci separate?”

“Perbacco, certo che vi separiamo!”

“E dove ci portate?”

“Lei per ora verrà spenta e l’immagine sarà distrutta”

“E io?”

“Tu verrai mandato in un posto in cui non potrai più commettere i tuoi crimini”

“Quindi in una cella?”

“No, nella cella potresti in teoria fare il ritratto del secondino”

“Ma io non farò i ritratti al secondino”

“Seeee, dicono tutti così. Poi una volta che sono in prigione, vedrai come iniziano subito a fare il ritratto ai secondini, o al Direttore. Se ne riempirebbe un museo!”

“E allora dove mi portate?”

“Sulla luna”

“Sulla luna???”

“Sì. Lì non ci sarà nessuno a cui fare i ritratti. E in più non potrai nuocere a nessuno perché nessuno potrà farsi influenzare dalle tue azioni”.

Manonè rimase senza parole e, per una volta, senza domande. Fu subito portato su una navicella che lo proiettò in poche ore nel deserto lunare. Il ragazzino sull’astronave piangeva e piangeva: non voleva lasciare il mondo, con tutte le meraviglie che conteneva e non voleva lasciare quell’immagine, con tutti i ricordi che conteneva. Le lacrime, invece di andare verso il basso, andavano verso l’alto per poi poggiarsi delicatamente sulle pareti, come se fossero fiocchi di neve. Alla fine anche la navicella sembrava piangere. Una volta giunto sulla Luna inoltre, Manonè si rese conto di non avere portato con sé vestiti sufficientemente caldi. Soltanto che la navicella era già andata via e sarebbe tornata solo tra qualche giorno, per cui non c’era modo di rimediare. All’inizio girò per un po’ domandandosi come poter fare ma nessuna soluzione sembrava essere quella giusta. I suoi timori sparirono non appena il nostro amico vide in lontananza una bandiera attaccata a un’asta nel bel mezzo di una pianura silenziosa senza profondi crateri intorno. “Forse ho trovato quello che fa per me”, pensò. Si avvicinò e sentì che la stoffa della bandiera era calda. Riconosceva quei colori, erano quelli degli Stati Uniti d’America. “Gli americani sono buoni”, pensò, ancora singhiozzando. “Non si arrabbieranno se uso la loro bandiera per proteggermi dal freddo”. E così tolse la bandiera dall’asta e la usò per avvolgersi le spalle. In realtà come coperta era troppo corta e, se tirava per coprirsi i piedi, rimanevano scoperte le spalle. Avrebbe avuto bisogno di una bandiera più grande ma non ce ne erano molte intorno. Anzi, non ce ne erano per niente, per cui dovette accontentarsi. Così trovò un cratere dove si poteva stare un poco più riparati e finalmente, stanco e ancora singhiozzante, si addormentò. Ma gli americani, dalla Terra, osservavano tutto quanto succedeva nell’Universo e osservavano anche quello che succedeva sulla Luna. Quando dalle telecamere videro che Manonè aveva tolto la bandiera dall’asta e l’aveva addirittura usata come coperta, andarono su tutte le furie e rilasciarono dichiarazioni che furono riprese da tutti i giornali e i telegiornali del mondo.


“Ma come si permette??”
“Ma che scellerato!”
“È una dichiarazione di guerra!”
“Ma a casa sua nessuno gli ha insegnato l’educazione, a questo maleducato??”


Tutti gli Stati amici degli americani furono costretti a rilasciare dichiarazioni contro Manonè, altrimenti gli americani non avrebbero più fornito loro le patatine, il ketchup, gli hamburger, i computer, i film, i missili, i jeans, le gomme da masticare, le password, le cioccolate, le sigarette, i dollari e tante altre cose che gli americani sono bravi a realizzare. Allora gli Stati amici degli americani, anche quelli che non conoscevano il ragazzo, fecero a gara a chi la sparava più grossa:


“Manonè quello stupido”
“Manonè quell’ignorante”
“Manonè quel poco di buono”
“Manoné quel freddoloso impertinente”


La polemica divampò il tutto il mondo e tutti quanti presero le distanze dal gesto del ragazzo. L’educatore Gustavo e l’educatrice Ludovica, che intervennero per parlare in sua difesa, furono trattati da incompetenti e, per poco, non furono licenziati. Il vaso era colmo, i telegiornali ne parlavano ogni sera, bisognava fare qualcosa. Le Autorità allora presero provvedimenti per riportare il ragazzo sulla terra e dargli una punizione: sarebbe stato portato nel punto della Terra più simile alla Luna, e questo posto era nel deserto situato ai confini dei confini dei confini del globo, sotto la giurisdizione di nessuno Stato. Ah, laggiù sì che il ragazzo avrebbe avuto tutto il tempo per meditare sull’oltraggio fatto alla bandiera americana! Così Manonè si trovò, nel giro di qualche settimana, dall’essere in esilio in un posto freddo e buio, ricevendo come punizione l’impossibilità di godere della luce e del calore del giorno, all’essere in esilio in un posto illuminato dal sole e pieno di calore, ricevendo come punizione l’impossibilità di godere del fresco e dell’oscurità. Ritrovatosi infatti in quella calda vastità, Manonè si trovò infatti subito assetato. Per cui cominciò a girare per trovare una fonte di acqua prima che le provviste che qualche persona di buon cuore gli aveva fatto trovare terminassero. Sapeva, in cuor suo, che gli americani non lo avrebbero fatto morire di sete e che quello era solo un modo per spaventarlo. “Però con loro non si sa mai”, pensò. “Non è che siano poi così intelligenti come vogliono far credere”.
Per cui si armò di coraggio e piano piano iniziò a girare e girare per quel caldo deserto finché, nascosta dietro delle dune, non riuscì a trovare una piccola pozza di acqua cristallina. In realtà, tutto intorno c’erano disseminate altre pozze d’acqua intorno alle quali c’erano floridi alberi da frutto, saporiti e colorati; le pozze poi erano profonde e Manonè se ne accertò gettando un masso che stava intorno a una di quelle. Erano profonde e ricche di acqua. “Ma non è che queste sono le famose oasi”? Si chiese il ragazzo. E la risposta fu finalmente positiva. Dopo tutte le vicissitudini trascorse, bevve tutta l’acqua che poteva, poi si fece un bel bagno e si rifocillò mangiando alcuni frutti freschi e succosi. Ma non dimentichiamoci che gli americani sorvegliavano tutto quello che stava facendo Manonè e perciò grazie alle telecamere puntate su di lui si accorsero che in quella zona c’era tanta acqua fresca. Come diamine avevano fatto a non accorgersene prima? L’acqua era una risorsa importante per il Pianeta e da tempo oramai scarseggiava, tanto che gli americani avevano approntato giganteschi aerei cisterna che ogni mercoledì andavano in un pianeta distante anni luce del nostro e tornavano carichi di acqua il mercoledì dopo; ma così si creava il problema che gli aerei portavano acqua vecchia di millenni, per cui andava trattata chimicamente per renderla potabile. Adesso che cosa succedeva? Che quel disgraziato, con la sua fortuna sfacciata, riusciva a scoprire una immensa sorgente di acqua potabile! “Ma non è che ne approfitterà qualcun altro per accaparrarsela”? Si dissero. E così partirono subito con i loro aerei potenti e i loro camion con le cisterne scintillanti e i loro stivali di cuoio spiegando a tutti che avrebbero occupato quella terra perché, diamine, bisognava portarci un poco di democrazia.

“Ma che c’entra! Prima o poi qualcuno ci abiterà ed è meglio che trovi la democrazia già pronta ad aspettarlo, no?”


Così, Manonè si ritrovò nel giro di poche settimane sul suolo americano. Questo però non faceva di lui un cittadino statunitense, quanto un prigioniero. Infatti continuava il suo esilio in quella terra che oramai diventava giorno dopo giorno sempre più popolata e ricca. Iniziarono infatti a comparire piscine, motel, hotel, strade, casinò, caraffe piene di caffè, parchi di divertimento, distributori di benzina, supermercati, banche, negozi, cinema, fast food, ferrovie, aeroporti, scuole, officine, centri di bellezza e di relax, armi, bibite, lavanderie, palestre, bancomat, rivendite di sigarette e giornali, la fibra per internet, assicurazioni, concessionarie di auto e fabbriche per costruire tutte queste cose. E dato che la gente finiva poi per ammalarsi perché mangiava e beveva troppo, sorsero anche ospedali e cliniche private. E dato che la gente finiva per essere triste o arrabbiata perché, dopo tutto quel cibo e quegli integratori, non riusciva ad avere successo come quelli della pubblicità, allora arrivarono anche gli psicologi e la polizia, per cercare di fare felici le
persone tristi e mettere in galera le persone arrabbiate. Così nacque una società dove prima c’era solo il deserto e quel posto, prima dipinto come un inferno, divenne adesso un regno dominato dalla libertà e dalla democrazia. “Ma non è che è arrivata l’ora di lasciare questo posto?” si disse a un certo punto il ragazzo. E la risposta fu “sì” ma le modalità furono inaspettate. Agli americani non faceva piacere che il ragazzo gironzolasse in una area che oramai era diventata un paradiso di ricchezza. La sua presenza ricordava alle persone che quel posto era stato un inferno fino a poco tempo prima. Per cui un giorno lo sceriffo prese il ragazzo, lo caricò in una macchina e lo accompagnò prima oltre l’area destinata ai residenti e poi oltre la frontiera. “Buona fortuna ragazzo. E mi raccomando, stai fuori dai nostri confini e non azzardarti ad attraversarli mai più”. Manonè aveva con sé nient’altro che un borsone con pochi vestiti, un po’ di viveri in scatola, una bottiglia di acqua e una di succo di frutta con l’etichetta “Oasis – The Taste of Desert”.
Dopo avere viaggiato dalla luna fino a oltre i limiti più reconditi della Terra, si sentiva adesso decisamente stanco e abbattuto. Aveva bisogno di tornare a casa ma non in quella in mezzo al confine. Laggiù non ci voleva tornare perché, sebbene quello fosse il suo nido, si sentiva pur sempre solo.

“Dov’è la propria casa”? Si chiese. “Dove si è nati? Dove si vive? Dove si sta bene? Dove?”

“Casa propria è la persona, o le persone, a cui vuoi bene”, gli rispose una volta il Programma.
Chissà.
Certo è che il ragazzo aveva bisogno di recuperare il calore e l’affetto che forse non aveva mai avuto o che aveva avuto per poco tempo, sufficiente però a lasciargli un ricordo. Fu con queste motivazioni nel cuore che si diresse verso una casa in cui si ricordò di avere abitato durante la sua infanzia insieme all’unica donna che lui ha mai chiamato mamma.
“Perché mi ha abbandonato? Era davvero mia madre?”
Certamente, desiderava che fosse sua madre ma non si ricordava di averla mai chiamata così. Non si ricordava di averla mai chiamata in qualche modo. Fu un’estate forse, un periodo circoscritto. “Se casa propria è la persona, o le persone, a cui vuoi bene, allora la tua famiglia è chi si prende cura di te?”
Chissà.
La casa dove Manonè trascorse quel periodo lontano della propria vita era ancora lì, intatta. Vi abitava una famiglia con dei bimbi piccoli che venivano da fuori, forse erano dei villeggianti.
Manonè ci girò un po’ intorno dall’esterno ma quelle persone rendevano quel posto una cosa diversa da quello che lui ricordava. Chissà se dalla proprietaria poteva risalire a sua madre? Ma no, ci aveva provato chissà quante volte. Non c’era modo di rintracciare quel volto, era meglio lasciar perdere. Il ragazzo si diresse verso la spiaggia, stanco e triste. Dritto davanti a lui c’era Stromboli fumante. Si sedette e guardò laggiù. Stava facendo sera. Le isole Eolie, una dopo l’altra trainate da una nave, marciavano verso le giraffe d’acciaio del Porto. Arrancavano, spinte dal loro vento, lontane e pesanti come pachidermi giurassici. Manonè fu ridestato dal rintocco di un galoppo: erano ragazzacci vestiti di acrilico, cavalcavano fieri sull’asfalto con cavalli bianchi sporchi di fango e resine di canneto. La spiaggia accoglieva invece solo lo sfogo del cane o il rancore silenzioso e solitario di padroni preoccupati o l’occulto consumarsi di amori fedifraghi o le pudiche riservatezze di chi deve orinare. Bellezza e piccole vergogne, e nient’altro. Il ragazzo si diresse allora verso il Tirreno e vi si chinò, come fa un bambino verso la tazza di latte dagli orli di miele. Si tuffò e raggiunse lo Stromboli a nuoto. Risalì poi lungo il crinale e si rituffò, stavolta nella calda bocca del Vulcano. Quest’ultimo emetteva una perenne linea di fumo, continua e costante. “Ma non è che erutta proprio adesso che ci sono io?” Nessuno poteva saperlo, nemmeno il Vulcano stesso. Tuttavia, a parte qualche domanda che di tanto in tanto lo assillava, per un po’ di settimane il ragazzo si trovò a suo agio in quel ventre profondo, se non altro perché era in ottima compagnia. Non era infatti l’unico che era andato sin lì per trovare un po’ di pace. C’erano banditi, eremiti, appassionati di vulcani, qualche turista, pirati, viaggiatori che si erano persi e non erano più voluti tornare indietro, persino carabinieri arrivati fin lì per acciuffare i malviventi e che poi avevano perso la voglia di tornare a casa. Tra i pirati c’erano anche molti fuggiti dai loro paesi che lì finalmente avevano trovato rifugio. All’inizio Manonè era diffidente nei loro confronti per via dei loro antichi trascorsi ma alcuni di loro gli spiegarono che erano stati costretti a fare tutte quelle scorrerie lungo le coste della Calabria, secoli prima, perché altrimenti i loro governanti avrebbero ucciso le loro famiglie. E poi oramai erano storie vecchie e dimenticate. “Le persone non amano ammettere la verità, e cioè che la storia dell’umanità è stata da sempre una storia di schiavi che diventano padroni e di padroni che diventano schiavi. I tuoi discendenti greci non erano forse padroni di schiavi?” disse una sera il capo dei pirati al ragazzo. La storia incuriosiva il giovane, perché dentro al Vulcano si viveva nell’immortalità e lì dentro il tempo si fermava, per cui i pirati erano esattamente quelli di secoli prima. Manonè quindi cominciò a trascorrere sempre più tempo accanto a loro e a farsi raccontare storie fino a divenire, senza accorgersene, il loro schiavo. Per la verità il passaggio non fu brutale come può sembrare. Dopo tanti secoli di esperienza, i pirati sapevano che per sottomettere una persona non c’era bisogno di dirglielo, bastava trattarla da
schiava un poco alla volta finché questa persona non si fosse trovata completamente sottomessa senza rendersene conto. Per farlo, bisognava affascinare il futuro schiavo con una buona storia, come questa che una sera il capo raccontò al ragazzo:

“Immagina di essere una rana in un pentolone pieno d’acqua fredda. Se faccio ardere il fuoco piano piano, la rana si abitua al calore fino a trovarlo piacevole. Quando però il calore diventerà troppo forte, la rana sarà troppo stanca per saltare fuori dall’acqua e, alla fine, finirà morta bollita. Ma se invece avesse provato a immergersi nell’acqua bollente, cosa pensi che avrebbe fatto?”

“Sarebbe scappata via per non bruciarsi”

“Esatto. Vedi, tutti noi ci troviamo in situazioni in cui amiamo bruciarci lentamente come dentro una tinozza di acqua calda”.

“O come dentro la bocca di un Vulcano”, pensò tra sé e sé il giovane, che era un tipo sveglio; e poi continuò: “Ma non è che sono io la rana?”.


Ma purtroppo non c’era nessuno con lui ad aiutarlo a rispondere nel modo corretto a quella domanda e quella vita in fondo era piacevole. Certo, gli veniva chiesto di svolgere tante mansioni: occuparsi del cibo, provvedere a procurarsi l’acqua – cosa non facile nel Vulcano – lavare, vestire e riverire il capo dei pirati, lucidare le armi. Ma a fine giornata c’era sempre una nuova storia a ricompensarlo da tutti i soprusi subiti durante il giorno. Così trascorsero tanti mesi e fu un tempo utile almeno per un motivo: perché durante quel periodo Manonè ebbe modo di riflettere sul perché si fosse trovato in quella situazione e la risposta fu che a spingerlo fin lì era stata la solitudine. O meglio, la paura della solitudine. “Piuttosto che stare da solo, mi sono infilato nella bocca del Vulcano. Accidenti a me, accidenti”. Tuttavia un giorno, dopo mesi e mesi che i pirati stavano lì dentro, il capo decise che era arrivata l’ora di uscire a prendere un po’ di aria fresca. E poi era anche ora di esplorare nuove rotte e Manonè, che conosceva il mondo moderno ed era oramai uno dei loro, poteva dare una mano a trovare le vie giuste. Si trattava solo di fare una vecchia e tradizionale scorreria come quelle di una volta: andare, rapire e portare il bottino con sé, di nuovo dentro al Vulcano. Il capo ne parlò con il ragazzo, che si dichiarò subito d’accordo.

“Ma dove volete andare di preciso?”

“Ah possiamo andare dove vogliamo. Nelle terre dei romei o nelle coste franche o iberiche. Hai libertà di scegliere, ma portaci dove c’è tanto bottino”.

“Sarà fatto mio signore”, rispose il ragazzo.


Manonè aveva capito di avere in mano una grande occasione per scappare via da quella brutta situazione. Così decise di elaborare un piano. L’indomani infatti si imbarcò con tutti i pirati quando a un certo punto tirò fuori il suo smartphone e mise la posizione su Google maps. “Vi porterò nelle coste iberiche ma con questa bussola moderna faremo prima”. Così programmò Maps facendo credere ai pirati che sarebbero arrivati in Spagna ma in realtà li portò oltre lo Stretto di Gibilterra, verso l’America. I pirati dovettero affidarsi per forza al ragazzo perché non conoscevano quelle rotte. L’unico problema fu cercare di tenere calmo il capo per la durata del viaggio, che fu molto lungo: “La tua pazienza verrà ricompensata da legioni di schiavi che ti aspettano e ti venerano”, gli disse una volta Manonè inchinandosi ai suoi piedi, e il capo si ringalluzzì. Il viaggiò continuò e continuò fino a quando l’imbarcazione non arrivò negli Stati Uniti d’America. Gli americani avvistarono subito la nave e Manonè avvisò lo sceriffo che quella era la manodopera che stava arrivando per lavorare nella grande città nel deserto. Gli americani erano contenti che fosse arrivata tutta quella manodopera mentre i pirati all’inizio non capirono bene dove si trovassero e che cosa fosse quel mondo nuovo che avevano davanti. Molti di loro, sbalorditi da tanta ricchezza, furono lieti di fare da schiavi; altri la giudicarono una giusta punizione divina e altri cercarono di scappare ma era una fuga senza speranza. Manonè, prima di andare via, fece in tempo a rivolgersi a quello di loro che, più di tutti, lo aveva reso schiavo con l’inganno dell’amicizia, cioè il capo: “La storia è un susseguirsi di popoli che da schiavi diventano padroni e da padroni diventano schiavi. Oggi a te tocca recitare la parte dello schiavo”, e lo lasciò urlargli contro e maledirlo mentre veniva portato in una stanza per registrare le impronte delle sue dita in un grande libro e gli veniva spiegato il suo nuovo lavoro, che sarebbe stato quello di “Addetto al recapito della democrazia”. A questo punto Manonè si trovò ancora una volta da solo e durante il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti d’America pensò che fosse giunta l’ora di tornare nella sua vecchia casa in mezzo al confine. Ma stavolta non avrebbe commesso l’errore di stare in quella metà di casa in cui erano successe tutte quelle cose, no. Piuttosto, avrebbe abitato per un po’ nell’altro Stato: lì era possibile fare un sacco di altre cose senza problemi e c’era una vera libertà, altro che chiacchiere. Si rimboccò le maniche e si mise al lavoro per pulire tutto, visto che la casa era rimasta chiusa durante la sua assenza e quindi si era riempita di polvere. Poi si preparò una bella cenetta e accese il camino. Stava arrivando ormai Natale e, nei giorni seguenti, decise che avrebbe voluto fare un bell’albero con tante decorazioni. Le avrebbe ricavate dal bosco anziché prendere quelle stupide palle di plastica e quelle lucine che si ingarbugliavano ogni anno. Così uscì fuori e andò in cerca dell’albero più bello. Certo, un po’ gli dispiaceva tagliare un albero ma avrebbe usato parte del legno per riscaldarsi e costruire dei piccoli mobili che gli servivano.

“Ma non è che è un albero secolare? Quelli non si tagliano!” Chiese per sicurezza alla Guardia di frontiera, che però si insospettì, e gli rispose:

“A cosa ti serve un albero?

“A fare l’albero di Natale”

“L’albero di chi?”

“Di Natale”

“E chi è Natale?”

“Natale è una festa!”

“Come Pasquale e Carnevale?”

“Esatto”

“Mmmmm… e perché l’albero di Natale esiste e quello di Pasquale no?”

“Perché quella è una festa in cui serve l’uovo e non l’albero”

“Quale uovo?”

“L’uovo di Pasqua”

“Di chi?”

“Di Pasqua”

“E chi è?” La Guardia di frontiera stavolta si spazientì davvero ed estrasse addirittura la pistola. “Stai facendo troppo lo spiritoso Manonè. Con la scusa di Natale e di Pasquale, tu stavi provando a rubare un albero che appartiene allo Stato e, di conseguenza, a tutti noi. Sei un ladro che vuole attentare all’ambiente e perciò io ti arresto subito”.

“Ma io non l’ho ancora rubato”

“Sì ma è grazie al mio intervento se non lo hai rubato. Cosa dovrei farti, lasciarti a piede libero e aspettare che tu compia il furto? Ma mi prendi per scemo? Così avrai una doppia condanna perché non solo non rispetti la legge ma non rispetti nemmeno i suoi rappresentanti!”.
Sentite quelle parole, Manonè decise che non si sarebbe fatto arrestare di nuovo. Piuttosto, sarebbe stato meglio scappare perché non ne poteva più di subire punizioni per tutte le cose che faceva, così iniziò a correre veloce come un fulmine verso l’altra parte del confine, dove la Guardia non aveva più giurisdizione. Quest’ultima lo inseguì ma, arrivata proprio al confine, dovette fermarsi, proprio mentre guardava il ragazzo correre al di là della linea. A quel punto però fece esplodere un colpo per fermarlo, poi prese il fischietto e lanciò un fischio acutissimo che fece arrivare una grande grande grande mongolfiera dalla quale spuntò un gancio che prese Manonè
per la collottola e lo portò su nel cesto. Qui trovò ad aspettarlo una giovane donna, molto simile alla donna del ritratto.
“Adesso ti porto via con me”
“Per sempre?”
“Sì”
La mongolfiera attraversò tutto il mondo. Gli passò davanti tutto quanto: vide fiumi, mari, montagne, pianure, ponti, palazzi, statue, abiti, danze. Porgendo l’orecchio verso la terra ascoltò lingue sconosciute e canti appassionati. Vide gli elefanti, le tigri, i cammelli, i leoni, gli orsi bianchi; il Colosseo, le Piramidi, la Muraglia cinese e sfiorò con il piede pure la punta dell’Himalaya. E soprattutto, da quel momento non fece più domande.
“Che bello che è il mondo!!” gridò Manonè.
“Ah sì, è bellissimo!”
Il ragazzino si mise l’animo in pace. Sospeso tra cielo e terra, si rese conto di quanto fosse molto più bello vedere il mondo da quella prospettiva anziché dal suo interno, per cui chiese alla madre di non smettere mai più di volare, e la madre finse di accontentarlo.

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