La storia degli ultimi duecento anni è piena di paradossi illuministi, ovvero tentativi di emancipazione dallo stato di minorità dell’individuo che in seguito hanno mantenuto tale stato anziché ridurlo o eliminarlo. Alcune forme di IA sono gli esempi più recenti.
Tra il 1783 e il 1784 si svolse sulla rivista “Berlinische Monatsschrift” un importante dibattito intorno alla domanda «Che cos’è l’Illuminismo?» alla quale parteciparono alcune tra le più importanti figure dell’epoca – Lessing, Mendelssohn, Schiller e Kant, tra gli altri. Il dibattito scaturì a partire da una riflessione del predicatore e teologo Johann Friedrich Zöllner in merito all’eventualità di «non sancire più con la religione il patto matrimoniale». In nota alla sua riflessione, Zöllner si chiese in che cosa consistesse l’“Illuminazione” di cui tanto si parlava e da qui nacque un dibattito che permise all’inaspettata e provocatoria domanda di uscire dai confini della nota a piè di pagina in cui era stata relegata e di atterrare sullo scrittoio del venerabile filosofo di Königsberg.
I motivi per cui tale dibattito riveste un’importanza fondamentale nella storia della filosofia occidentale sono evidenti ma è pur sempre il caso di ricordarli: l’Illuminismo è una delle rare epoche storico-culturali che si è autodefinita proprio mentre accadeva e l’attualità cronachistica con cui tale dibattito si svolgeva in quegli anni ci riconsegna tutto il cauto stupore e l’acume previsionale che distingue le riflessioni degli autorevoli partecipanti alla discussione (oltre a restituirci il ricordo di che sublime pasta fosse fatta in passato certa stampa in Europa). Inoltre l’intervento di Kant, pubblicato nel 1784, costituisce tuttora una delle risposte più frequenti che vengono distrattamente date quando si cerca di indagare la natura concettuale dell’Illuminismo. La sentenza più conosciuta di questa risposta è la seguente:«L’illuminismo è l’uscita dell’essere umano dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole». E dopo: «Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro».
Non perdiamo di vista il fatto che Kant rispondeva a un dibattito che aveva avuto, sin dall’inizio, una matrice religiosa. Non dimentichiamo che per il filosofo il soggetto che teneva in catene il “minorenne” era dunque, velatamente, un soggetto religioso. Una emancipazione si poteva ottenere attraverso un uso libero della ragione, che Kant ci tiene cautamente a dettagliare per non incorrere in problemi politici, in linea con il suo temperamento mite e lucido: l’esercizio libero della ragione si declina in un uso pubblico e in un uso privato. L’uso privato impone l’esercizio dell’obbedienza e un sacrificio della libertà; l’uso pubblico invece consente una discussione aperta e critica da studioso; l’uso privato è quello del cittadino che obbedisce a un ordine nell’esercizio delle proprie funzioni; l’uso pubblico è la libertà che il cittadino ha di discutere con altre persone sulla validità, per esempio, di una specifica tassa senza essere censurato o attivarsi nel rispetto della legge per fare in modo che l’imposta venga eliminata. È chiaro che, se guardiamo all’attualità, questo esercizio pubblico si trasforma molto spesso in una forma di lamentela e non di discussione e confronto ma questo avviene proprio perché il soggetto che la esercita è in uno stato di minorità, appunto, in cui non ha contezza della libertà che ha in dote. Infatti, continua il filosofo: «Pigrizia e viltà sono le cause per le quali tanta parte degli esseri umani, dopo che la natura li ha da lungo tempo liberati dall’altrui guida (naturaliter maiorennes), rimangono tuttavia volentieri minorenni a vita».
Ora, una delle più complete e generose critiche filosofiche alle pratiche dell’Illuminismo classico sono state rivolte proprio nei confronti di quella deriva tecnica con cui l’Illuminismo si traduceva nella Storia, in ossequio all’originario tentativo di costituire un saper-fare capace di liberarsi dal giogo del dogma e delle credenze indotte dalle religioni storiche. Dalla Sinistra hegeliana fino (soprattutto) alla Scuola di Francoforte, senza trascurare Husserl, Heidegger e in tempi relativamente recenti Gunther Anders, che posizionò definitivamente l’essere umano in subalternità rispetto alla stessa tékhne, tanti sono stati i filosofi che hanno esercitato tale attività critica (solo per citare alcuni capisaldi e sempre nella piena consapevolezza di stare necessariamente ipercategorizzando e restringendo il campo per questione di spazio); e va aggiunto che tali critiche sono molto presenti, soprattutto nella storiografia filosofica tedesca, in modo spesso furioso e martellante. In Francia, poco meno di due secoli dopo l’articolo di Kant, Foucault parlerà piuttosto degli effetti di potere che l’esercizio dei limiti della conoscenza può generare, ed è interessato a stabilire una genealogia e una archeologia di come tali effetti di potere si articolano. Non gli sfugge però che il concetto di Illuminismo in Kant ha una doppia veste che è certo quella della conoscenza ma è anche quella della critica, o meglio quella che nella nostra epoca si chiama critica. Pertanto, il discorso per Foucault si sposta verso la domanda «Che cos’è la critica?».
Ovviamente, la storia che riguarda l’identità e gli esiti del concetto filosofico di Illuminismo non si esaurisce qui: tralasciamo la riflessione di Fichte nella “Missione del Dotto”, per esempio, perché qui l’intento non è storiografico o compilativo. La questione centrale piuttosto è: alcune forme di Intelligenza Artificiale attuali oggi più diffuse nascono esattamente per inverare quello che Kant temeva di più, e cioè il mantenimento dello stato di minorità. Se infatti intendiamo riferirci a programmi che si sostituiscono non tanto all’operatività fisica umana, come per esempio battere le mani per accendere la luce ma alla vera e propria redazione e scrittura testuale, ecco che finiamo per cadere proprio nel paradosso illuminista, quello di realizzare una tecnica figlia di una tendenza emancipativa che però, una volta applicata, non genera emancipazione ma il suo esatto contrario, e cioè minorità. Possiamo fare un esempio speculare, relativo alle didattiche per l’inclusività o alle professioni di cura: qual è il limite che segna il ruolo del docente o del genitore o del professionista nel facilitare un compito? Se l’aiuto è eccessivo, lo stato di minorità aumenta; eppure, lo scopo dell’intervento è esattamente il contrario, cioè quello di diminuire tale stato.
A questo punto potrebbe diventare interessante domandarsi se sia possibile esercitare una critica nei confronti dell’uso di una intelligenza artificiale che, tuttavia, conferma e mantiene uno stato di minorità. Il punto però è che tale elemento critico è già antiquato, per riprendere un termine caro ad Anders. “Mettere in guardia” non risolve il flusso della fruizione del relativo programma, non ha efficacia poiché la soddisfazione del bisogno è prioritaria rispetto alla dimensione etica. Piuttosto, può essere un utile esercizio di previsione inversa rifarsi a quanto scriveva Vance Packard nel 1958 nel celebre “I Persuasori occulti”. Packard spiega perché c’è stato un tempo in cui le massaie americane non compravano le torte istantanee lasciando perplessi i produttori, che invece la ritenevano un’idea geniale: era infatti allora noto (e lo è tuttora) che per molte donne preparare un dolce sia uno dei lavori domestici più piacevoli.
«Quando comparvero sul mercato i preparati istantanei per dolci, le istruzioni per l’uso raccomandavano: “Non aggiungere latte, soltanto acqua”. E tuttavia molte donne si ostinavano ad aggiungere latte per mettere il loro “tocco creativo” nella torta o ciambella prefabbricata, che in tal modo, sovraccarica di calcio, non riusciva: la colpa, naturalmente, era sempre del preparato. Oppure le istruzioni dicevano: “Non aggiungere uova”. Uova e latte in polvere erano infatti già contenute nella miscela. Ma le massaie intervistate dagli psicologi rispondevano: “Che razza di dolce è se basta aggiungere un po’ d’acqua di rubinetto!”. Varie agenzie affrontarono il problema giungendo tutte alla stessa conclusione: i fabbricanti dovevano procurare che alla cuoca restasse sempre qualcosa da fare. Così, ad esempio, il dottor Dichter consigliò alla General Mills di proclamare che la massaia e la polvere Bisquick, insieme, potevano riuscire. E le istruzioni per l’uso della miscela Swansdown cominciavano con le fatidiche parole, scritte a caratteri cubitali: “Si aggiungano uova fresche…”. Alcuni preparati raccomandano addirittura di aggiungere uova e latte. Gli specialisti hanno ormai trovato molti settori in cui è possibile incrementare le vendite sollecitando il cliente potenziale ad aggiungere il suo tocco personale».
Stesso meccanismo vale per i mobili IKEA, per incentivare l’illusione del faidate nei confronti dell’utenza prettamente maschile: molti mobili hanno un livello di costruzione minimo proprio per lasciare al consumatore l’illusione di essere egli stesso l’artefice del manufatto artigianale. Ma la lista è lunga e ci porterebbe anche, per esempio, all’illusione di personalizzare il proprio profilo sui social o alla possibilità di poter mettere una foto e uno status sulle app dei nostri smartphone.
In conclusione, la risposta a ciò che potrebbe accadere qualora il soggetto di destasse da questo stato di minorità e decidesse coraggiosamente di sposare il motto “Sapere aude!”, potrebbe essere pertanto tutta strategica ed euristica e non certo etica, e consisterebbe nel dare al soggetto la possibilità di aggiungere il suo illusorio “tocco creativo” nell’interazione con il Programma e nel prodotto finale. Quest’ultima risposta aprirebbe quindi un problema relativo al saper fare e, in ultima analisi, al suo statuto etico.
