Perché questo sito si chiama così e due importanti e brevi note finali

Questa è la definizione che dà il Dizionario Larousse di drôle de guerre:

période qui s’écoula entre l’écrasement de la Pologne (28 septembre 1939) et le 10 mai 1940, sorte de trêve tacite entre Français et Allemands.

Intendendo il periodo che va dalla fine dell’invasione della Polonia fino all’inizio della campagna di invasione di Paesi Bassi, Belgio e Francia. E che vuol dire invece drôle? Sempre secondo il Larousse, vuol dire:

Qui provoque le rire, intentionnellement ou non; plaisant, comique

La costruzione drôle de invece:

indique que quelque chose ou quelqu’un intrigue, surprend, paraît bizarre, ou s’emploie pour exprimer dans la langue familière une intensité particulière

Drôle de guerre vuol dire dunque “guerra curiosa”, “buffa”, “inconsueta”, “anomala” con un tratto quasi di comicità, di bizzarra eccentricità. Secondo alcuni, la definizione si deve al corrispondente di guerra Roland Dorgelès. Secondo altri, è la traduzione dell’inglese Phoney War, cioè “guerra fasulla”. Perché questa definizione? Perché durante quei mesi Francia e Inghilterra da una parte e Germania dall’altra non combatterono nessuna guerra concreta però si comportarono come se la stessero combattendo. In particolare, in Francia:

La popolazione viveva nel timore di bombardamenti che tutta un’intensa propaganda di prima della guerra – pacifista o a favore dell’aviazione – prediceva apocalittici. Spesso funzionando male il sistema di avvistamento, le sirene d’allarme tiravano giù dal letto i cittadini senza motivo. Le cantine erano state attrezzate a rifugio sotto la direzione dei portinai; le opere d’arte erano state portate in castelli di provincia; i monumenti erano stati protetti con ripari di sacchetti di sabbia; la gente circolava portando a tracolla la maschera antigas della Prima guerra mondiale. Più per principio che per necessità, si era cominciato a razionare alcune derrate. Per far funzionare le macchine destinate alla fabbricazione delle armi, operai specializzati erano stai sottoposti alla “mobilitazione civile”, cioè esercitavano il loro mestiere con un salario normale, spesso nella propria residenza; l’ineguaglianza di condizione che ne risultava nei confronti dei mobilitati, in aggiunta ai casi ingiustificati di mobilitazione civile, alimentava gelosie e rancori. Fra la paura del domani e il vuoto del presente si insinuava la rassegnazione o l’irritazione, non la volontà di azione. L’opinione pubblica era assetata di notizie; nella sua avidità, le voleva sensazionali, e perciò le fandonie si moltiplicavano.

Henri Michel, Storia della Seconda guerra mondiale, Vol. I, p. 75, ed. Res Gestae.

In altre parole, in quella fase ci fu una guerra fantasma. Una guerra in cui c’erano tutti gli elementi tipici che la distinguono, tranne ciò che la rende definitivamente tale, e cioè uno scontro diretto tra due o più contendenti (che avvenne in seguito).

Ora, a me pare di ravvisare nei nostri tempi e nel funzionamento della società occidentale attuale una metafora di quei tempi. O viceversa, sono quei tempi a essere distopicamente metafora di questi, e quindi la logica sarebbe tutta oracolare. Certo, la metafora va alleggerita e ampliata: il nemico non è necessariamente un soggetto specifico; può essere una calamità naturale, uno Stato, una malattia, un provvedimento politico, fino ai livelli più quotidiani e ordinari: il vicino di casa, il cibo, le zanzare tigre, l’Agenzia delle Entrate, la Meloni, gli uragani, i comunisti, l’Europa, la Russia, i pipistrelli. Tutto si confronta con la dimensione della paura e con l’invito a combattere contro qualcuno o qualcosa. Questa società passiva e aggressiva genera cittadini-guerrieri alimentati da integratori e fermenti lattici, continuamente sottoposti agli shock dei nemici in arrivo. Questa società sembra che si stia preparando alla guerra vera ma lo fa lanciando coriandoli.

La risposta pertanto deve essere sempre orientata alla decostruzione del meccanismo, in modo da osservare come questo nemico in realtà è solo atteso, ma non esiste. Questa fortezza Bastiani quindi piano piano non ha ragione di essere edificata, se non nei limiti connaturati nel nostro essere umani. Ecco dunque che la drôle de guerre in chiave moderna si rivela per quella che è, cioè una guerra strana, stupida se vogliamo – se mai possa esserci una guerra intelligente.

Se i tempi, e quindi il perimetro di esercizio di questa mia attività, sono quelli appena ipotizzati, i contenuti di questo sito riguardano la mia attività di ricerca come scrittore in questa attualità, e sono testi di saggistica, narrativa, cronaca giornalistica, riflessioni di ordine filosofico e altri oggetti narrativi non identificati. Considerando anche che in francese “en raconter de drôles”, vuol dire raccontare delle storie incredibili, bizzarre, inusitate.

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