Nuove forme di letteratura diversamente calabra

Testo dell’intervento per Taurianova Legge, incontro con Gioacchino Criaco e Fabio Cuzzola, 26 maggio 2023.

Dal punto di vista letterario e più genericamente narrativo, il XXI secolo per la Calabria si è aperto con una impressionante sequenza di fuochi di artificio che solo una nostra anchilosante mentalità autocommiserativa ci impedisce di riconoscere. Se pensiamo infatti che i grandi autori mainstream del Novecento si contavano sulle dita di una mano se messi a confronto con quelli presenti nell’ultimo ventennio, ci rendiamo subito conto del fatto che questo traghettamento da entità amministrativa, politica e geografica verso una entità puramente simbolica e semiotica, cioè codificata in un sistema di segni culturali, sia già avvenuto o quantomeno sia in una fase di transizione avanzata.

Non che prima questa realtà fosse solo un’entità concreta. Però adesso lo è senza dubbio in maniera minore. La pars pro toto dell’immaginario del Meridione nel Novecento era rigidamente spartita tra la sobria e seducente astuzia siciliana e la solare, acuta ironia partenopea. Poi sibi arrivate le ondate folkloristica salentine in chiave soprattutto coreutica e musicale e il grande colonialismo economico travestito da turismo in Sardegna. Da qualche temepo, si assiste alla scoperta di questa nuova terra che ancora da molti è vista con un misto di fascino e di sospetto. Quindi nei titoli non si assiste alla “riscoperta” della Calabria ma a una sua vera e propria “scoperta”.

Vale dunque la pena approfondire le molteplici vie che un autore oggi potrebbe percorrere in termini di racconto di questa realtà, ed è quello che ho cercato di fare in un mio testo in cui ho scritto alcune considerazioni sulle modalità in cui si articola questo racconto da parte dell’industria culturale mainstream e su alcune trappole narrative che chiunque si accinga a scrivere su questo tema subisce o agisce. Dato che era un testo che si occpuava essenzialmente di narrativa, l’ho completato inserendo dei racconti in tutto o in parte alternativi rispetto al modus operandi delle narrazioni attuali a vocazione più tossica e commerciale.

Era un tentativo di andare oltre i limiti che le sovranarrazioni, più o meno consapevolmente, impongono.

Faccio qui questa premessa, involontariamente autoriferita, perché costituisce il punto di partenza di questo incontro e non certo per parlare di me.

Essendo il momento così delicato, è necessario che uno scrittore di un paese narrativamente emergente che scrive di Calabria si sappia guardare allo specchio e sappia darsi una linea di condotta perché i suoi sono atti culturali e sociali. Almeno, è così che io concepisco questa particolare tipologia di scrittore, oggi.

Quindi il mestiere dello scrittore è davvero un lavoro socialmente utile e questo va anche in direzione di una sfida nei confronti dei libri narranoidi che da qui a qualche anno costituiranno il mainstrem letterario più poderoso. Allo stesso modo di come gli umanoidi sono ibridi tra esseri umani e robot, i testi narranoidi, o testi cyborg, sono testi ibridi tra intervento umano e intelligenza artificiale, e in questo senso potremmo definirli come oggetti narrativi non identificati, prendendo a prestito una locuzione dei Wu Ming presente in “New Italian Epic”, un loro interessantissimo saggio di diversi anni fa. Il settore dell’editoria per bambini e della manualistica presenta già un significativo numero di testi scritti col sostegno di ChatGPT. E si badi bene, questo discorso va in paralllelo con le sceneggiature cinematografiche, che spesso sono uno sbocco naturale di molte produzioni narrative: è il caso di Dramatron, che è un altro programma di IA che collabora con l’autore nella scrittura di sceneggiature.

Tornando al nostro calzino spaiato, mi pare doveroso quindi porre l’accento sulla necessità di autoconcepirsi come scrittori le cui opere non hanno un valore di intrattenimento, ma come produttori di atti culturali. I primi sono, al limite, dei personaggi, i secondi possono invece identificarsi come scrittori, e poi a ognuno le sue ambizioni.

Lo sfondo sul quale questa narrativa si articola, oggi più che mai, a me pare essere l’ibridazione, o la logigica non più binaria, ma anzi di insiemi che si toccano, in stile fuzzy. Non solo l’ibridazione più avveneristica (la forma narrativa-cyborg di cui si scriveva prima) ma l’ibridazione a più livelli: concetti estetici ibridizzati con concetti etici. Penso alla nostomania, cioè alla retorica del nòstos (con i suoi correlti di restanza e erranza, ai quali sarebbeora di affiancare il concetto di riappropriazione), termine che viene inserito in qualunque narrazione mainstream ma che eticamente o politicamente parlando non vuol dire nulla. Esteticamente però è un concetto di grande fascino (a tal proposito, citare ricerca) che serve a ibridizzare testi di narrativa con la saggistica antropologica in stile Vito Teti; l’elogio della lentezza come trait-d’union tra una scrittura saggistica e una letteraria, che diventa però mistificante, sia perché la retorica della lentezza è il contraltare politico della decrescita felice, che anche in questo caso nessuno ha capito bene attraverso quale modello politico ed economico applicarla in modo che non scateni ulteriori guerre per contendersi le risorse e secondo, per come è configurato il mondo oggi, la lentezza meridiana è controproducente perché non equivarrebbe al meritato riposo dell’atleta dopo la gara, ma a un prender tempo ozioso e autocommiserativo a gara in corso.

La Calabria ha bisogno di rimboccarsi le maniche, altro che elogio della lentezza. Proprio per questo, proprio per il fatto che la nostra lentezza è alterata dal sistema economico in cui è calata, non è altro che una piazzetta di sosta dai grandi flussi del manistream mediatico. E inoltre, come suggerisce anche Teti in uno dei suoi testi più lucidi, cioè “Maledetto Sud”, la lentezza alla quale ci richiamiamo con tanto di sviolinata lessicale nasce su un sottofondo in realtà tragico:

Un conto è la lentezza, una nozione dei nostr giorni, un modello che viene affermato contro l’ideologia della fretta, un altro conto è considerare la lentezza come un modello esistente nelle società del passato. Per negare lo stereotipo negativo dell’ozio o per affermare il mito positivo della lentezza, molti studiosi si inventano un passato inestistente e creano una rappresentazione di segno contrario.

Lo scrittore dovrebbe riflettere su queste parole prima di restituire un immaginario basato invece su rappresentazioni agresti e destoricizzate della nostra cultura. Il problema è che spesso lo scrittore, essndo tendenzalmente egoriferito, non legge. E questo ci porta al secondo punto, che è quello di ipotizzare la nascita di una letteratura comunitaria, di un maggiore collegamento tra scrittore calbresi che facciano proprio un impegno civile e culturale nei confnorit della prorpia terra. Non si tratta dia alzare barricate né di trasformarsi nell’Intelligenza Artificiale a trazione calabra. Si tratta di assumersi la responsabilità tematica di afforntare il tema della scrittura meridionale da scrittori e non da personaggi o da lotofagi.

Nel Canto IX dell’Odissea infatti Ulisse a un certo punto si trova costretto a rispondere alle incalzanti domande di Alcinoo sulla propria identità. In un unico canto Ulisse rivela il suo vero nome e, più avanti, rivelerà a Polifemo di chiamarsi Nessuno, in un fantastico e avvincente articolarsi narrativo. Ulisse risponde ad Alcinoo elencando le vicissitudini precedenti e a un certo punto racconta che a causa dei dispetti dei venti, lui e i suoi uomini furono portati sulle sponde di una terra sconosciuta. Ulisse mandò tre suoi uomini a chiedere del cibo, e gli abitanti di querlla terra diedero loro del loto da mangiare.

E chi di essi mangiava il dolcissimo frutto del loto, non voleva più riferire notizie e nemmeno partire; ma lì insieme con i Lotofagi preferivano restare e pascersi di Loto e dimenticare il ritorno. Costoro io con la forza alle navi li riportati, piangenti, e trascinatili nelle concave navi, li legai sotto ai banchi. Poi agli altri fidati compagni ordinai di fare in fretta a salire sulle navi veloci.

Questa storia, nelle sue infinite letture, ci insegna che le narrazioni possono essere come il loto, e i lettori possono rischiare di perdere la rotta verso il proprio Nostos, stavolta sì in senso tutto filosofico e non estetico.

Il lettore lotofago ama muoversi su due estremi: o pascersi del ritratto della terra martoriata, destoricizzata e per questo edenica, incastonata in un tempo tutto naturalistico, imprigionata in un immobilismo paradisiaco (è la Calabria dei tramonti, delle bellezze naturalistiche, del cibo fatto come si faceva una volta, delle tradizioni contadine espunte dalle brutture sociologiche che ne hanno viziato la storia per secoli; è la Calabria degli intellettuali da Grand Tour, i rescoconti dei quali costituiscono i calchi che poi i vari giornalisti del NY Times o del Guardian riproducono inconsapevolmente quando parlano delle nuove mete estive; è la terra “tutta da scoprire”, inquieta, mediamente selvaggia, di una bellezza sorprendente). Sembra insomma di sentire i resconto degli scrittori colonialisti dell’800 quando descrivono la foce di un fiume africano o le inaccessibili foreste dell’India; oppure, il lettore lotofago ama pascersi nello stampo neoralistico di derivazione novecentesca e quindi si preme l’acceleratore sulla terra martoriata, sul disinteresse del singolo, sul malaffare, sulla ‘ndrangheta come motore narrativo principale e sulle figure che rappresentano il controsteretipo (perché attenzione, ogni stereotipo ha bisogno di un controstereotipo che lo giustifichi) e quindi ecco il magistrato coraggioso – ma solo -; la donna che lotta contro una società patrialcalmente limitata, in un tremendo gioco di sopravvalutazione del nemico che alimenta lo stereotipo della criminalità come potenza mondiale invincibile manco fosse la Cina.

Queste narrazioni (dal punto di vista della letteratura storica è la letteratura dei vinti e della nostalgia borbonica) sono assolutorie, per questo piacciono e per questo sono narcotizzanti. Impongono l’idea che siano gli agenti esterni a determinare la propria storia. In realtà, la vera vittima sacrificale di tutto questo è uno dei pochi elementi che, in definitiva, identificano una comunità, e cioè la comune appartenenza storica.

Cancellare o omettere la propria storia collettiva a vantaggio di una storia personale in cui la Calabria è accidentalmente presente come scenografia di fondo è un errore che compiono molti scrittori, a tutte le latitudini (la questione è estensibile al rapporto tra gli scrittori e lqa narraaione dei propri territori). Quando questi ultimi lo fanno per garantirsi un posto nel pantheon del mainstream, usando la Calabria come spauracchio narrativo, allora è un vero è proprio crimine contro le proprie origini: è il romano che si veste da centurione davanti al Colosseo, è la ragazza hawaiana che sculetta con la corona di fiori all’aeroporto.

Ebbene, non è il momento di narratori sculettanti per lettori lotofagi.

Quindi se si riflette sul concetto di letteratura sociale, forse si può uscire da questo cul de sac narrativo, proprio al fine di provare a riedificare collettivamente un immaginario che sia complesso, organico, elegante, fertile.

Si può dribblare lo stereotipo ed elaborare una messa in discorso pulita anziché paralre con parole altrui. Non sarebbe più affascinante per uno scrittore? Se volessimo vederla d aun punto di vista esageratamente oppositivo, dovremmo seguire il consiglio di Pasolini, che ci dice che “non dovremmo mai accettare il linguaggio dei nostri nemici”. Però prima abbiamo parlato di ibridazione, per cui no nsi tratta di alzare barricate contro nemici fantasma o trasformare questa idea in una fortezza Bastiani.

Il punto è, preso atto di come funzionano le dinamiche dell’industria culturale occidentale, è opportuno che coloro che producono contenuti culturali siano allertati sulle trappole narrative che possono accadere. Questo vale per lo scrittore ma vale anche per il lettore, che forse in questo modo può  imparare a separare il loto da tutto il resto.