Questa storia si svolge principalmente a San Paolo, in Brasile. La città conta circa dodici milioni di abitanti: una nazione vera e propria con il proprio governo, le proprie regole, la propria identità. A formare questa identità hanno contribuito anche le legioni di immigrati italiani che, a partire più o meno dalla fine dell’800, hanno raggiunto il Brasile. Molti di loro erano anarchici e socialisti. Nel 1910 per esempio, furono un gruppo di italiani del quartiere operaio di Bom Retiro a fondare una squadra di calcio e a chiamarla “Corinthians”, in onore di una squadra inglese che in quel periodo era in tour in Brasile. Raffaele Perrone e Salvatore Battaglia, tra i nomi dei fondatori della squadra. Qualche anno dopo, gli italiani devoti al Corinthians, dopo avere visto il Torino e la Pro Vercelli fare faville in tournée, decisero di fondare un’altra squadra e di chiamarla “Palestra Italia”. Quella squadra, nel 1942, nel quadro di una politica di distanziamento dal fascismo italiano che prevedeva l’epurazione di nomi italiani, sarebbe diventata “Palmeiras”. Il tradimento degli italiani, che andarono via dal Corinthians per fondare una squadra tutta loro è ancora oggi il principale motivo di odio tra le due tifoserie.
Il Corinthians irrobustì negli anni una tifoseria molto numerosa composta da coloro che erano considerati gli ultimi nella società di allora. Fu per questo che il rapporto con le varie dirigenze fu sempre molto viscerale e potente: la squadra era nata come un gigantesco serbatoio che conteneva odio, libertà, dimenticanza, allegria, spensieratezza, livore, violenza. Altro particolare importante: a partire dagli anni Cinquanta, il Corinthians in sostanza smise di vincere. In più, durante gli anni Sessanta, arrivarono due grandi mutamenti nella storia calcistica e politica del Paese: uno fu il grande ciclone rappresentato dal Santos di Pelè, che fece in sostanza piazza pulita di tutte le altre squadre presenti in Brasile. Certo, c’era Garrincha nel Botafogo ma non sarebbe durato a lungo. Nel 1966 infatti, Mané aveva già iniziato la sua parabola discendente, proprio trasferendosi al Corinthians e rimanendovi un anno. L’altro grande mutamento, epocale, fu la rivoluzione che portò al potere una dittatura militare. L’instaurazione della dittatura fu anche debitrice di quella politica che, vent’anni prima, aveva epurato le parole italiane dalla cultura brasiliana. Fu grazie a personaggi come Vernon Walters, colonnello americano presente durante la campagna militare in Italia durante la Seconda guerra mondiale (insieme a un contingente militare brasiliano) se gli Stati Uniti riuscirono a stabilire il loro controllo in un Paese che si stava dimostrando pericolosamente socialista, proprio qualche anno dopo il consolidamento del comunismo a Cuba e quasi dieci anni prima che la stessa situazione si verificasse in Cile. E fu anche grazie all’assenso di Kennedy se questa dittatura venne pianificata. E un ringraziamento speciale va anche rivolto all’infaticabile lavoro della CIA e alla strutturatissima rete di imprenditori brasiliani e stranieri, oltre che al delicato lavoro di tessitura politica delle frange vaticane e cattoliche più conservatrici. Negli anni Sessanta e Settanta, in Sudamerica, la paura del comunismo era talmente redditizia che era sufficiente essere socialdemocratici per fare saltare la mosca al naso ai propri nemici politici.
La verità era che i socialisti locali volevano la redistribuzione delle terre, cosa che i grandi latifondisti non volevano. Stessa dinamica vista in Italia con le lotte contadine alla fine della Seconda guerra mondiale ma dobbiamo proiettarla su una quantità di terra sproporzionata per i nostri standard. In questo quadro quindi, estremamente brutale e violento, i tifosi del Corinthians andavano a vedere la partita della loro squadra del cuore; i giocatori svolgevano allenamenti massacranti, subivano infiltrazioni di sostanze di tutti i tipi e giocavano senza alcuna prospettiva né di denaro e né di carriera; i dirigenti, dal canto loro, spremevano la squadra fino a ricavarne il massimo profitto. Attenzione: questa prassi in Brasile c’era sempre stata e non riguardava solo il Corinthians; basti pensare alle tremende torture sanitarie alle quali fu sottoposto Mané Garrincha, per fare un esempio, per capire che cosa volesse dire giocare a calcio in quegli anni. Nonostante tutto però il calciatore era ancora un mestiere ambìto perché dava popolarità e, alla fine, era pur sempre un gioco.
Dopo i Mondiali del ’70, Pelè iniziava piano piano il suo lento ritiro dal calcio e la sua mancanza sarebbe stata colmata da una incredibile generazione di calciatori, alcuni dei quali erano stati già suoi compagni di squadra in Nazionale, come Rivelino, mentre altri stavano iniziando a muovere i primi passi, come Zico o Sócrates. Ed è infatti su quest’ultimo che ci concentreremo adesso.
“Picchiateli. Picchiateli per davvero. Sono delle iene. Sono sovversivi e comunisti”. Iniziamo la storia di Sócrates citando queste parole che l’allora presidente del Corinthians, Wadih Helu, rivolse ai suoi gorilla affinché prendessero provvedimenti contro alcuni giornalisti, colpevoli di rivolgergli delle domande impertinenti. Helu era soprannominato “Gangster”. Era un politico dell’ARENA, cioè l’Aliança Renovadora Nacional, in pratica il partito di maggioranza al potere durante la dittatura. Sotto un certo aspetto, Helu aveva un rapporto feticistico con le gambe e i piedi delle persone: fu lui che portò Garrincha al Corinthians e fu lui che lo portò in giro in lungo e in largo nello Stato per motivi elettorali, contribuendo a logorargli le ginocchia; fu lui, molto verosimilmente, a commissionare il pestaggio di un giornalista, reo di avere scritto alcuni commenti poco gentili nei confronti del Corinthians, e la conseguente rottura del suo ginocchio. L’abitudine di picchiare i giornalisti da parte della guardia personale di Helu era risaputa e dopo l’inizio della dittatura era diventata una prassi. Nel contempo, Helu aveva molti appoggi politici ed era considerato una garanzia dai governanti, a tal punto che aveva consegnato agli uomini della polizia politica le chiavi di alcune sue fazendas affinché potessero torturare indisturbatamente i prigionieri politici. Nel 1971 Helu adotterà lo Schema ’71, che era un progetto tattico partorito dai quadri dirigenziali della Seleçao, molti dei quali erano colonnelli dell’esercito. E, a proposito di Seleçao, la squadra che vinse i mondiali del ’70, e che è ancora oggi considerata una delle più forti squadre di tutti i tempi si allenò seguendo i manuali di educazione fisica dell’esercito, imposti dai militari. Tornando a Helu, obbligava i calciatori a rilasciare dichiarazioni pubbliche a favore della dittatura e prometteva la costruzione di stadi per la realizzazione dei quali bisognerà aspettare fino ai Mondiali del 2014 per vederli realizzati. Questo atteggiamento non riguardava solo Helu: gran parte dei dirigenti delle squadre di calcio brasiliane dell’epoca avevano questo stile.
La gestione dei calciatori infatti, all’epoca, ereditava in tutto e per tutto le dinamiche padronali schiavistiche dei decenni precedenti: il calciatore era considerato una proprietà totale del club; il presidente rilasciava o meno, a titolo personale, dei favori ai giocatori assecondando nient’altro che la propria volontà; il club era concepito come uno strumento di propaganda elettorale; le retribuzioni inoltre non erano sindacalizzate e ci furono tentativi di ribellarsi a questa situazione.
Uno dei casi più celebri, che ispirò poi il protagonista del nostro racconto, fu quello di Afonso Celso Garcia Reis, detto Afonsinho. Talentuoso mediano del Botafogo e all’epoca studente di medicina, era molto attivo nei movimenti di opposizione la dittatura. Il ct della Seleçao, Zagallo, rifiutò di convocarlo ai Mondiali del ’70 per via dei suoi capelli e della barba lunga, e in seguito anche il Botafogo decise di estrometterlo dalla squadra. Afonsinho trascinò la squadra in una causa legale che durò tre anni, dopo i quali non solo il problema dei capelli lunghi fu risolto a suo favore, ma divenne il primo calciatore proprietario del suo cartellino. “Di uomini liberi nel conosco solo uno, in questo paese. È Afonsinho. Il resto sono solo chiacchere”, dirà di lui Pelè.
Nel 1972 divenne presidente del Corinthians Vicente Matheus. Non esattamente un pazzo sanguinario come il suo predecessore ma nemmeno un socialdemocratico scandinavo. Negli anni Settanta in effetti le cose cominciano piano piano a cambiare, anche perché stava iniziando a prendere piede il sindacato dei calciatori, che aveva in Palinha, un popolare calciatore, uno dei suoi maggiori attivisti. Nel 1974 Rivelino venne ceduto dopo avere subito delle ingiuste accuse di scarso rendimento da parte della tifoseria che lo incolpò per la perdita della finale del Campionato Paulista persa con i nemici giurati del Palmeiras. Negli anni successivi però il Corinthians riuscì a riprendersi fino a vincere il Campionato Paulista nel 1977. La squadra attraversò una nuova fase di gloria che curiosamente terminò subito a causa di dissapori tra i calciatori e il presidente. Matheus decise dunque di sostituire l’allenatore vittorioso, Brandão (che nel frattempo aveva avuto problemi personali ed era in procinto di lasciare il club), con José Teixera, uno che usciva dalla scuola filosofica dei militari fedeli al regime. La squadra fu azzerata e molti giocatori furono mandati via: si apriva così una nuova fase per il Corinthians, proprio in uno dei suoi periodi di maggiore forza. Ed è dunque in questo contesto che si inserisce Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira: Sócrates.
Il padre del ragazzo, Raimundo, lo chiamò così per onorare la sua passione nei confronti della filosofia greca classica. Il ragazzo aveva dieci anni quando, nel 1964, iniziò la dittatura. Nel 1971, a 17 anni, si iscrisse alla Facoltà di medicina alla USP, che era l’Università Statale. Il luogo era considerato un rifugio di dissidenti e qui Sócrates iniziò ad acquisire concretamente coscienza di classe. All’epoca giocava ancora nelle giovanili del Botafogo di Riberão Preto (da non confondere con il blasonato Botafogo in cui giocò Garrincha) ed era chiamato Magrão, cioè smilzo, perché era alto 193 cm e arrivava a stento a 70 chili. Nel 1973 gli venne proposto di giocare in prima squadra e lui pose la sua prima condizione: avrebbe giocato a patto che gli fosse stato concesso di proseguire i suoi studi in medicina. Per fortuna c’era un allenatore illuminato di nome Jorge Veira che riteneva che “più colto è il giocatore, tanto più semplice sarà dirigerlo”, perché altrimenti non sarebbe stato semplice soddisfare quella richiesta: ricordiamoci che era un calcio ancora padronale; certo, Magrão aveva dalla sua il fatto che a 19 anni era già considerato un talento e inoltre era intelligentissimo. Aveva un incredibile senso tattico, riusciva a realizzare già sul campo diversi schemi improvvisandoli pochi minuti prima, era tecnicamente molto forte. Il permesso gli venne concesso e il ragazzo cominciò a dividersi tra i turni alla guardia medica e le partite. Il rendimento non ne risentì e gli venne concesso di potere arrivare allo stadio a partita già iniziata. Furono anni di grande crescita per Sócrates, che nel frattempo cominciò anche a essere chiamato “Il Dottore”.
Nel 1978 Matheus, reduce dall’epurazione compiuta in squadra, si mise a caccia di talenti; riuscì pertanto a vincere la concorrenza del São Paulo e a portare Magrão al Corinthians. Insieme a Palinha, Sócrates era l’unico calciatore bianco della squadra; Teixera nel frattempo fu sostituito da Veira (quello che riteneva che i calciatori colti siano una buona cosa) e il Corinthians vinse il Campionato Paulista. Forse mai come in quel momento la squadra stava riuscendo a rappresentare esattamente la propria tifoseria, il proprio mondo, le proprie origini.
Nel 1979 si affacciò alla ribalta nazionale un’altra figura di grande importanza per questa storia, che è Luiz Inácio Lula da Silva, noto semplicemente come Lula, futuro Presidente del Brasile per due mandati. Lula era già molto attivo con il Sindacato dei lavoratori dell’acciaio e, dal 1980, con il Partito dei lavoratori. Il 1 maggio del 1979, il governo impose ai più importanti calciatori paulisti di giocare una partita non ufficiale. Sócrates era uno di questi, e acconsentì a partecipare.
Nel contempo, anche il Sindacato decise di organizzare una manifestazione sotto forma di assemblea pubblica e si decise di farla allo stadio della città di São Bernardo; quel giorno, cavanti a circa 130.000 persone, Lula criticò duramente quei calciatori che, come Sócrates, non avevano rifiutato la convocazione del Governo.
Nello stesso periodo Sócrates iniziò a ridiscutere il contratto e cominciò ad avanzare delle rivendicazioni più avanzate rispetto al solito; le sue richieste stavolta infatti riguardavano tutta la squadra, come per esempio il diritto di discutere sui premi partita, che in brasiliano venivano chiamati bichos. Si trattava di una leva economica molto importante tra il presidente e i giocatori e in quel caso il coltello dalla parte del manico era in mano al presidente, che decideva cifre e soggetti ai quali destinare il denaro, tenendo bassi i salari. Nel 1981 ad allenare la squadra era tornato il vecchio tecnico, Brandão. I ritmi dei vari campionati erano forsennati e nel contempo Sócrates era impegnato con la Nazionale. Un giorno di febbraio dell’81, durante un ritiro con i verdeoro in Colombia, un giornalista chiese al Dottore se avesse voluto scrivere delle dichiarazioni, visto che il Corinthians stava da tempo subendo una lunga serie di sconfitte. Ne scaturì una vera e propria dichiarazione di intenti operativa da parte del Dottore. In particolare, l’idea era quella di accorciare le distanze tra il presidente e i calciatori, che tradotto in un linguaggio allora irriferibile, voleva dire collettivizzare i processi produttivi. La lettera fu accolta senza grandi clamori, almeno in un primo momento. Intanto però molte cose stavano cambiando sia nel Paese e sia nel club: innanzitutto, il vecchio Matheus aveva dovuto lasciare il posto a un nuovo presidente, di nome Waldemar Pires. Quest’ultimo all’inizio del mandato avrebbe in sostanza dovuto svolgere le funzioni di presidente-fantoccio ma in pochi mesi riuscì a emanciparsi dall’incombente presenza del vecchio. Lo fece chiamando come suo consigliere Orlando Monteiro Alves, un ricco imprenditore che, una volta trascorso un po’ di tempo, decise di passare il testimone a suo figlio Adilson. Quest’ultimo lavorava nell’azienda paterna ma aveva alcune caratteristiche che lo rendevano un personaggio cruciale in questa storia. La prima era il suo mestiere reale, che era quello di sociologo. La seconda è che aveva studiato all’Università Statale, la stessa frequentata da Sócrates; la terza era che era stato già arrestato in passato per motivi politici, in qualità di presidente del Sindacato degli studenti.
Adilson accettò subito l’incarico dirigenziale, anche se dichiarò apertamente che lui di calcio non ne capiva assolutamente nulla. Tuttavia, approcciò il nuovo lavoro come se fosse un laboratorio in cui sperimentare pratiche democratiche inusitate per quegli anni e in quel contesto. Pertanto, per prima cosa fece allontanare tutte le persone non direttamente coinvolte nelle partite dagli spogliatoi. Poi si chiuse dentro insieme alla squadra e cominciò a chiedere una opinione specifica sull’andamento della squadra a ciascun giocatore. Immaginiamo quale sarà stata la reazione di Sócrates davanti a un dirigente così. Fu amore a prima vista.
Adilson cominciò ad adeguare i salari in modo da non creare dislivelli troppo significativi tra calciatori. In secondo luogo, i premi-partita furono divisi in proporzione tra tutta la squadra e la cifra non più a discrezione del presidente o dei dirigenti. Le decisioni tattiche, proposte dall’allenatore, venivano poi discusse da tutti i calciatori e messi ai voti. Questi ultimi erano di uguale valore per ciascun giocatore, dai titolari alle riserve. Infine, furono aboliti i ritiri. Come ebbe modo di dire il Dottore: “Se il giocatore di calcio avesse bisogno dei ritiri per fare bene il proprio lavoro, il chirurgo cardiaco, allora, dovrebbe rinchiudersi in una cella d’isolamento”. Fu in quel periodo che nacque il nome “Democracia Corinthiana”: già a fine ottobre del 1982 i giocatori del Corinthians scesero in campo con la scritta “Dia 15 vote”, cioè “il giorno 15 vai a votare”, come sollecito in previsione delle elezioni del 15 novembre. Nello stesso periodo, fu anche concesso alle squadre di avere degli spondor e di poterli inserire nella maglietta, aspetto che contribuì a erodere quella logica calcistica padronale ancora così in voga. Adilson nel frattempo si era attivato per trovare qualcuno che potesse occuparsi della comunicazione e del marketing in seno alla squadra e contattò Washington Olivetto, all’epoca considerato uno dei migliori professionisti nel suo settore in Brasile. Fu Olivetto a trovare il nome “Democracia Corinthiana”, prendendo spunto da un intervento del direttore di una rivista durante un convegno organizzato i primi di novembre del 1982 alla Pontifícia Universidade Católica.
Uno dei motivi per cui la Democracia Corinthiana ottenne subito molta popolarità era senza dubbio il fatto che la squadra giocava bene e vinceva.
I campionati del 1982 e del 1983 andarono ai corinthiani che nel frattempo avevano acquistato un’altra punta importante, cioè Walter Casagrande, che più avanti andrà a giocare nell’Ascoli e nel Torino. Casagrande aveva all’epoca 19 anni ed era il profilo perfetto per un ambiente come quello del Corinthians. Forse troppo, visto che fu subito messo sotto controllo da parte della polizia politica a causa delle sue continue esternazioni antigovernative e del suo atteggiamento ribelle.
Se Sócrates alzava il pugno il cielo, Casagrande giocava con la maglia fuori dai pantaloncini e con i capelli esageratamente lunghi. Ma non era solo questo: al ragazzo piacevano le droghe, come avrà modo di ammettere qualche anno dopo, così come a Sócrates piaceva bere. Le abitudini personali dei calciatori non dovevano influre sull’esperimento che si stava attuando, però vero è che alcune di queste abitudini favorivano legittimamente i detrattori della Democracia, che parlavano di clima eccessivamente libertario all’interno degli spogliatoi. Casagrande fu arrestato proprio per possesso di droga e rilasciato sotto cauzione ma in quei due anni il Corinthians era considerata la squadra più originale e creativa al mondo, e per il momento questo era sufficiente per tralasciare gli altri problemi. Alle elezioni per il rinnovo della Presidenza, nel marzo del 1983, Pires era stato rieletto; la democrazia, quella istituzionale, sarebbe arrivata da lì a un anno. Persino dopo le dimissioni del tecnico attuale, Travaglini, i giocatori decisero di eleggere come allenatore uno di loro prossimo al ritiro, cioè Zé Maria, spingendo sempre più avanti l’asticella del processo di collettivizzazione. Nel contempo, Fluminense, Vasco da Gama e Flamenco sperimentavano modelli dichiaratamente simili a quello corinthiano.
Il punto però era che i giocatori gestivano le decisioni ma non finanziavano la squadra. Fu così che, quando Pires decise di comprare Émerson Leão, esperto portiere del Palmeiras e della Nazionale, a una cifra superiore a molte di quelle percepite da alcuni giocatori, cominciarono i primi mal di pancia. Il patto era stato violato, e Leão non era certo un tipo da assemblea in piazza. Era arrogante, credeva autenticamente di essere il miglior portiere del mondo e proveniva dalla squadra meno amata dai corinthiani. Più volte ci furono litigi tra il portiere e i giocatori e in più occasioni Leão remò apertamente contro quell’esperienza. Inoltre, l’esperimento di Zé Maria come allenatore non stava andando bene, per cui fu deciso di chiamare ancora Viera. Colui che sosteneva che è bello allenare un giocatore quando è colto, stavolta dovette ricredersi a tal punto che fece votare un nuovo regolamento in cui stabiliva delle regole più rigide da far rispettare ai giocatori. Tuttavia, la sua rigidità fu premiata e il Corinthians vinse per il secondo anno di fila il campionato. Il Dottore a questo punto rappresentava la punta di diamante di una realtà consacrata in tutto il Paese e fu proprio al culmine di questa esperienza che la dirigenza decise di venderlo. Non era facile trovare sponsor capaci di garantirne l’ingaggio e di fare grossi investimenti, specie in un momento così incerto in cui in Brasile stava per essere votato un emendamento che riguardava la possibilità di fare eleggere il Presidente direttamente dal popolo. Farlo approvare avrebbe significato togliere il potere di mano agli organismi politici, che, fino ad allora, eleggevano la massima carica brasiliana. Fu per questo che si creò una imponente mobilitazione che vide la partecipazione anche dei giocatori del Corinthians:
Casagrande e il Dottore presero la parola dopo un comizio di Lula, e fu in questa occasione che Sócrates dichiarò che se l’emendamento fosse passato, non avrebbe lasciato il Brasile, cosa che purtroppo avverrà. L’emendamento infatti non passò e il dottore lasciò San Paolo per trasferirsi a Firenze, dove rimarrà un anno alla Fiorentina prima di tornare in Brasile e concludere la sua carriera al Flamengo e, in seguito, al Santos.
Al suo ritorno, il Brasile era un paese in piena fase di ricostruzione che culminerà nella promulgazione della Costituzione nel 1988, un secolo esatto dopo l’approvazione della Lei Áurea, che aboliva la schiavitù. Nonostante la battaglia per l’approvazione dell’emendamento del 1985 non fosse stata vinta, da quel momento si era consolidata nella maggioranza dell’opinione pubblica una radicale esigenza di cambiamento. È ragionevole pensare che un contributo a tale partecipazione sia stato dovuto, in una parte impossibile da quantificare, anche alle popolarità che già da qualche anno la Democracia Corinthiana era riuscita a ottenere in tutto il Brasile.
E questo dunque fu l’apice dell’esperienza democratica corinthiana, che poi via via andò scemando. Quali furono i motivi reali di questa decadenza? Innanzitutto, il difficile bilanciamento dei rapporti tra l’allenatore e la squadra. Un esperimento democratico collettivizzato di quel tipo funzionava a patto che l’allenatore accettasse di cedere delle sue prerogative; ma anche quando ciò avveniva, il processo non era inverso; anzi, i giocatori ne ottenevano sempre di nuove. Inoltre, come scritto in precedenza, i giocatori non finanziavano la squadra. Pertanto, era complicato porsi in una linea paritaria nei confronti di chi era responsabile in prima persona degli investimenti. Tecnicamente, l’esperienza finì intorno al 1985, quando i dirigenti “vecchio stile” misero in minoranza Pires e Adilson: ciò che era vecchio veniva considerato nuovo, e ciò che era nuovo veniva considerato vecchio.
Di Sócrates ci rimane quello sguardo acuto e lievemente stralunato in una figurina Panini, con la maglia della Fiorentina. Mi piace pensare che, nella parte non perimetrata dall’inquadratura, tenesse in mano una copia delle “Lettere dal carcere” di Gramsci, intellettuale che più volte dichiarò di amare.
Fonte: Solange Cavalcanti, Compagni di stadio, Fandango Libri, 2014.
