Se la sera e in certe giornate lo Stabilimento era assimilabile ora a un monastero gioachimita ora a un’agorà greca, la mattina e durante il giorno era invece più simile a un falansterio. La vita era molto operosa e cominciava già dalle prime ore dell’alba, con le attivazioni delle prime macchine per il Plasmon e con i primi giri di consegna del pane, alternate con le work songs che nei piccoli orti accompagnavano il lavoro dei contadini. Con l’arrivo dell’autunno le giornate poi si erano via via accorciate, quindi in molti preferivano iniziare i propri turni così da finire prima che facesse buio.
Va anche detto anche che alcuni chierici dissenzienti decisero di abbandonare il Popworld e cercare una forma alternativa di vita dall’altra parte della barricata, e in origine furono accolti senza particolari problemi. Molti tra coloro che si affacciavano al Proletworld inoltre avevano una cultura e uno stile di vita assimilabili ai poustiniki o ai monaci basiliani ortodossi: eremiti o anacoreti che vivevano nelle laure o nelle skita del Sud Italia e che avevano in seguito deciso di sperimentare nuove forme di vita spirituale in città. Molti di loro infatti sentivano l’urgenza di considerare la vita monastica non già come un ritiro dal mondo ma come una testimonianza di modi di vita alternativi, in solitudine o in comunità cenobitiche ristrette. Concepire un fine politico orientato a ideali ecumenici di emancipazione nell’ambito di una condotta religiosa era tipico di un approccio Proletworld.
