Il 14 aprile del 1986 una cinquantina di aerei dell’esercito americano si levarono in volo da diverse basi dislocate in America e nel mondo e si diedero appuntamento sopra casa di Gheddafi, a Tripoli. Uno degli obbiettivi di quella spedizione era infatti quello di bombardare la sua abitazione, possibilmente con
lui dentro.
Gheddafi però riuscì a salvarsi e a portare in salvo la famiglia. L’unica cosa che la stampa e la TV dicevano era che Gheddafi si sarebbe vendicato con l’Italia perché era il bersaglio più vicino. Ora, dato che vicino al mio paese, che si trova in Aspromonte, c’era una base americana destinata a fare da ponte radio tra le basi più grandi, e dato che nessuno aveva fiducia nella mira dell’Aviazione libica, si creò la psicosi che Gheddafi ci avrebbe bombardati.
La psicosi, per motivi che non sono mai riuscito a scoprire, diede inizio alla progressiva estinzione di tutte le scorte di zucchero presenti nel paese. La carestia di zucchero continuò anche durante i mesi successivi, e a quella si aggiunse il divieto di acquistare frutta e verdura fresche a causa della nube tossica di Chernobyl. L’episodio del bombardamento fu una sorta di battesimo nel teatro dell’esposizione mediatica. Tale esposizione trovò poi il suo culmine durante la Prima Guerra del Golfo. Un giorno di gennaio del 1991, il 17 forse, era previsto l’inizio della Guerra. Era il giorno in cui scadeva l’ultimatum da parte dell’ONU, ultimatum che imponeva a Saddam il ritiro delle truppe dal Kuwait.
Ci arrivavo anch’io a capire che era una farsa, che avevo 12 anni e nessuna cosa di proprietà, se non un pallone e un poster ad altezza naturale di Diego Armando Maradona.
