Campi rossi e piste narrative: sull’epopea laica dei fratelli Cervi

Incontro con Adelmo Cervi in occasione dell’uscita del suo ultimo libro “I miei sette padri”, Reggio Calabria, ottobre 2022.

Il 28 dicembre del 1943 i sette fratelli Cervi vengono fucilati presso il poligono di tiro di Reggio Emilia insieme a Quarto Camurri, un disertore dell’esercito repubblichino che era tra i rifugiati nella loro proprietà. Erano stati arrestati dai fascisti il 25 novembre dello stesso anno insieme al padre Alcide dopo un conflitto a fuoco. I loro nomi erano, in ordine anagrafico, Gelindo (1901), Antenore (1906), Aldo (1909), Ferdinando (1911), Agostino (1916), Ovidio (1918), Ettore (1921). Prima di arrestarli, i fascisti incendiano l’abitazione dove i Cervi risiedevano.

L’arresto della famiglia Cervi era dovuto all’attività che da diverso tempo veniva da loro svolta: oltre a impegnarsi direttamente nella lotta partigiana infatti, avevano trasformato la loro abitazione in un centro di riunione e di organizzazione di attività antifasciste.

La fucilazione invece è stata un atto di rappresaglia ad opera delle milizie fasciste repubblicane per vendicare la morte di un segretario della Casa del fascio del comune di Bagnolo in Piano, avvenuta il 27 dicembre a opera di un gappista.

Il 7 gennaio 1944 Alcide Cervi, approfittando di un bombardamento angloamericano, riesce a evadere e a tornare a casa, dove lo attendono la moglie Genoeffa, le nuore e i nipoti.

Il 10 ottobre del 1944 i fascisti tornano nella proprietà dei Cervi e incendiano nuovamente l’abitazione della famiglia: Genoeffa si spegne per il dolore circa un mese dopo quest’ultimo avvenimento.

I corpi dei fratelli Cervi e di Camurri verranno alla luce a causa di un altro bombardamento angloamericano. In precedenza infatti erano stati nascosti dai fascisti, che avevano intuito l’effetto boomerang di quella fucilazione. Il 28 ottobre 1945 la traslazione delle loro salme dalla fossa comune e anonima di Villa Ospizio al cimitero di Campegine attira spontaneamente folle di persone.

Nel 1955 Alcide dà alle stampe il libro “I miei sette figli”. Lo scrive insieme a Renato Nicolai e il libro diventa un caso editoriale di grandissima rilevanza. Il testo diventa una delle bibbie della propaganda antifascista e viene venduto in milioni di copie in tutto il mondo. Il Partito comunista non si fa sfuggire l’importanza di quella storia a tal punto che, in seguito, verranno realizzate delle censure politiche su alcuni passi del libro in modo da allinearlo alle strategie politiche via via seguite dal PCI.

A questo punto, la storia dei Cervi diventa una vera e propria narrazione agiografica che ha nel loro martirio e nell’ideale della resistenza il loro concreto sacrificio, e nel libro di Alcide il proprio testo sacro.

Nel 2014 Adelmo Cervi – figlio di Aldo, che era il principale animatore dell’attività antifascista della famiglia, e di Verina -pubblica per Piemme (quindi per Mondadori) insieme a Giovanni Zucca il libro “Io che conosco il tuo cuore”, in cui, rispetto al testo del nonno Alcide, viene data una narrazione meno mitizzata della propria famiglia. Tale restituzione non è però meno vera e meno toccante, anzi: a dispetto del titolo, che potrebbe pericolosamente avvicinarlo a un romanzo da mainstream editoriale per un pubblico distratto e dalle poche pretese, riesce invece a restituire una maggiore autenticità esistenziale a questi uomini consentendo al lettore di meglio misurarsi con la potenza del loro slancio ideale.

La narrazione di Adelmo diventa quindi una testimonianza, una memoria di un figlio che non ha mai potuto conoscere il padre, un racconto familiare e un’epica tutta umana e culturale, spogliata finalmente dagli eccessi propagandistici che in precedenza avevano disegnato i sette fratelli come dei martiri coraggiosi e scanzonati impavidamente votati all’ideale, sulla scorta delle narrazioni sugli eroi postrisorgimentali nate a ridosso dell’Unità d’Italia. Recentemente Adelmo ha rimesso mano al testo del 2015 e ne è nato un nuovo libro dall’emblematico e finalmente felice titolo “I miei sette padri”.

Tre sono le riflessioni che volevo fare, tutte di ordine narratologico.

La prima riflessione è che non è facile imbattersi in una stessa storia che descrive lo stesso protagonista raccontato prima con gli occhi di suo padre e poi con gli occhi di suo figlio. Di solito, nella narrativa di tipo elogiativo più commerciale, c’è un figlio che ricorda il padre (quasi mai il contrario) o un innamorato che ricorda l’amato o l’amata e ne racconta le gesta.

La descrizione di un punto di vista su uno stesso personaggio inoltre oggi non è una pratica molto usata perché si preferisce procedere su una via considerata più accattivante, che è quella di narrare lo stesso episodio a partire da punti di vista diversi, in modo da inserire nel lettore il dubbio su quale interpretazione sia la più vera. L’esempio più importante è “Rashomon” di Kurosawa: un monaco, un boscaiolo e un passante parlano di un omicidio avvenuto tempo prima con cui tutti tre hanno in qualche modo avuto a che fare. Nel caso dei Cervi però gli accadimenti sono molto chiari e non vi sono dubbi da crime story da piazzare nella testa del lettore. Sono invece le emozioni a essere diverse e potenti, nel padre e nel figlio, che raccontano gli stessi accadimenti. Questa dialettica, che nel caso dei Cervi assume un ruolo ancora più interessante perché viaggia nel tempo in un fil rouge, è il caso di dirlo, che parte dal 1955 e arriva fino ai giorni nostri, riesce a essere ben viva e particolarmente sorprendente se si leggono uno dopo l’altro i due testi, quello di Alcide e quello di Adelmo.

Questi testi diventano quindi prismatici, cioè diventano capaci di restituire aspetti molteplici a fatti identici ma non solo sotto l’aspetto storico, che in questo caso è quanto di più chiaro e definitivo vi sia (i Cervi sono dei martiri, al di là di come li narriamo, e c’è poco da fare dietrologia spicciola) ma soprattutto sotto l’aspetto narrativo.

La seconda riflessione è di carattere mitologico. Se leggiamo il discorso commemorativo di Pietro Calamandrei, pubblicato nella più recente edizione del libro di Alcide Cervi, i sette fratelli vengono in parte assimilati ai grandi eroi della mitologia greca, ai sette fratelli di Andromaca o ai figli di Niobe. Sono delle suggestioni di grande potenza e valore, che tuttavia trascurano un elemento. I fratelli Cervi infatti non sono stati uccisi per tracotanza, come nel caso di Niobe, ma perché stavano difendendo qualcosa. Stavano difendendo un ideale simbolicamente racchiuso tra i confini dei Campi rossi, che è il nome che Alcide dà alla loro terra. Questo luogo, e l’abitazione che vi era connessa, è un importante elemento mitico all’interno della narrazione sui Cervi. Si tratta sia della terra e sia di quell’angolo di realtà nel quale questi ragazzi hanno cercato di fare splendere letteralmente il sole dell’avvenire. I Campi rossi erano un luogo edenico, e quella casa in fiamme ricorda il villaggio difeso dai samurai di Kurosawa (sette, ironia della sorte) contro i predoni. Anche in quel film, a morire furono i samurai ma a sopravvivere furono i contadini. E non è questo forse il sacrificio che si chiede a ogni guerriero? Quello di perire contro dei soldati? Quello di essere fulminei e giovani, rapidi e definitivi?

Noi samurai siamo come il vento che passa veloce sulla terra, ma la terra rimane e appartiene ai contadini.

E vengo infine alla terza e conclusiva riflessione, che apro con una citazione di Adelmo tratta da “Io che conosco il tuo cuore”. A pag, 396, Adelmo scrive:

Per anni, si è cullato da solo il bambino.

Da solo si è cantato la ninnananna.

Sua madre doveva sfamare lui e sua sorella, che non avevano più un padre.

Il bambino è solo e triste.

Sta rannicchiato nel lettino, attento a non cadere fuori.

Perché fuori c’è un buco enorme, nero e vuoto, pronto a inghiottirlo.

Come una bestia feroce, quelle cose senza nome che escono dai boschi, di notte, per mangiare i bambini.

Come quella cosa di nome “museo” che si sta mangiando la casa dove abitano.

Vivere in una casa che diventa piano piano un “museo”.

Vivere in una casa da cui piano piano – gentilmente, ma non troppo – il mito ti sta cacciando via.

Ci vuole tempo per accettarlo.

Si tratta dello stesso vortice mitologico di cui si parlava prima, che è talmente ingombrante che sì, rischia di mandarti via dalla tua stessa casa. Io però credo che vi sia un modo per sfuggire dalla prigionia del mito, così sinceramente incastonata in queste parole. E il modo consiste nel farlo implodere in una miriade di schegge che portano con sé la potenza del mito iniziale ma che poi diventano elementi autonomi. Questo non potrà restituire un padre a un figlio, ma almeno potrà fare echeggiare di nuovo in quel museo quelle voci capaci di andare oltre il suono della voce del suo solo custode.

La storia dei fratelli Cervi infatti è un prisma (uso di nuovo questa immagine perché mi sembra davvero la più precisa) di altre storie che finora non hanno ricevuto adeguato spazio nelle narrazioni sulla Resistenza o che invece rappresentano altre “Resistenze”, altrettanto significative nella nostra storia ma mai davvero esplorate, talvolta sopite, se non silenziate. Faccio alcuni esempi: i moti sulla tassa sul macinato, che riguardano Agostino Cervi, quindi siamo a ridosso dell’Unità d’Italia. La figura dei Sarzi, e della loro forma di Resistenza che potremmo definire politico-estetica.

Le storie partigiane riguardano infatti sempre quattro interpreti: il partigiano (o il dirigente politico), il nemico, fascista o nazista, il simpatizzante (di uno dei due), il prete. Sono tutte storie scritte in ottica di dialettica da compromesso storico e quasi mai più rinnovate. Certo, da qualche anno la variante neofemminista affianca anche la staffetta, in un curioso rincorrersi a presidiare ruoli fino a prima ritenuti appannaggio solo dei maschi. Cambiano i ruoli ma il numero di personaggi in ogni caso rimane pressoché invariato. Eppure la storia dei Sarzi getta un’incredibile luce sul sottobosco partigiano di quegli anni e varrebbe la pena approfondirla. Poi c’è il ruolo degli intellettuali, e penso a Calamandrei e Italo Calvino, che contribuirono a edificare il mito postfascista dei Cervi come eroi nazionali (Calvino soprattutto). Sarebbe anche interessante approfondire come avveniva, in casi simili, la vera e propria costruzione di un eroe – su questo ci fornisce interessanti notizie Sandro Curzi nella prefazione al libro di Alcide scritta da Luciano Casali. La parabola di Anatolij, sopravvissuto ai gulag, che ospiterà Adelmo nel 1968 in Unione Sovietica; la figura artistica di Otello Sarzi, che sarà legata a Fellini. E infine, il ruolo del partigiano calabrese Dante Castellucci. Al netto di puerili orgogli campanilistici, la figura di Castellucci è significativa per quello che avvenne dopo la fucilazione dei Cervi, e per la sua morte che getta ombre sulla storia ancora non scritta degli infiltrati dell’OVRA tra i partigiani. Stessa sorte toccata a Nikolaj, finito anch’egli a fare il delatore per i fascisti (va specificato che Castellucci non è mai stato considerato un infiltrato; presumibilmente, era un infiltrato chi lo ha ucciso). Questa è una storia ancora irriferibile ma che sarebbe ora di approfondire con occhio lucido e sereno. C’è la storia degli aiuti forniti dai Cervi ai prigionieri del campo di concentramento di Fossoli, lo stesso in cui, poche settimane dopo la morte dei sette fratelli, in quel tremendo gennaio del 1944, transitarono i prigionieri ebrei rastrellati a Roma dai tedeschi, e anche Primo Levi, prima di essere mandati in Polonia o in Germania. C’è la storia dei bombardamenti angloamericani in Italia, che causarono migliaia di morti tra i civili anche dopo la proclamazione dell’armistizio, e anche in questo caso riposa sulla storia italiana una polverosa coltre di silenzio.

Tutte storie che avrebbero nella famiglia Cervi il loro motore principale e che, pur nella loro tragicità, non mancherebbero affatto di drammaticità, coralità e potenza narrativa.

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