“E non rivelare a nessuno, sia uomo o sia donna,
che dopo lungo errare sei arrivato: ma in silenzio
sopporta molti dolori, subendo violenze di uomini.”
Odissea, XIII, 308-310
È tipico degli eroi greci assumere forme umane o animali per comunicare con gli uomini. Quando Ulisse a Itaca incontra un giovane pastore, e solo dopo scopre che quel giovane è la sembianza che Atena si era attribuita, le dice: “Difficile, o dea, riconoscerti quando t’incontra un mortale, anche se è molto saggio: tu prendi tutti gli aspetti”. Succede così a Telemaco con la stessa Atena nelle sembianze di Mentore quando si trasforma in aquila marina e si invola tra lo stupore degli Achei. È così anche per il giovane Garrincha, che come un dio mimetizzato ha abitato questa terra con l’incedere lieve di un passerotto, tra folle che lo hanno incondizionatamente riconosciuto come un eroe mitico e altre che lo hanno ferocemente umiliato e disprezzato.
Cominciamo dal principio: Manoel Francisco Dos Santos nacque a Pau Grande, Río de Janeiro, nel 1933. Venne al mondo con diversi difetti congeniti: un leggero strabismo, la spina dorsale deformata, il bacino sbilanciato, una gamba più corta dell’altra di sei centimetri, ginocchia negli anni affette da varismo e valgismo. Tutti questi difetti insieme ne hanno fatto uno dei calciatori più importanti che la storia del calcio ricordi. I medici che lo hanno visitato avrebbero potuto consigliargli ogni cosa, non certo giocare a calcio ma al bambino non interessava. Poverissimo, abituato a una vita che noi europei occidentali urbanizzati avremo un tempo definito “selvaggia” e che ora definiremmo invece “difficile”, trascorreva molto del suo tempo lontano da casa a fare il bagno nel fiume, a cacciare animali, a imitarli.
La ginnastica e poi la sua formalizzazione sportiva, religiosa o medica, ha tra le sue fonti di ispirazione l’imitazione che soprattutto i bambini facevano degli animali: il bimbo seduto sulle sue natiche ricorda le posture degli scimpanzè a riposo. Gli stiramenti dei felini, se bene imitati, consentono agli umani di rilassarsi. E andando più in là, l’imitazione di un albero o la trasformazione invisibile della postura di una pianta spalancano le porte al pantesimo religioso.
Sono i bambini i maestri di questo sapere perché per imitare bisogna essere in grado di dimenticare se stessi, avere un confine sfocato tra il proprio corpo e il mondo.
Gli adulti imitano le imitazioni dei bambini.
Lo testimonia anche il nome che Rosa, la sorella, diede a quel suo fratello così svelto: Garrincha, che vuol dire, pressappoco, passerotto.
A quattro anni tutti lo chiamano già così. A dieci anni Passerotto inizia a fumare sigari di paglia e a bere cachaca, una specie di acquavite ottenuta dalla distillazione del succo della canna da zucchero, che forse avrebbe potuto magicamente curare le imperfezioni del suo corpo.
Nel 1949 perde la madre, Maria Carolina. Il padre Amaro va a vivere con Cecilia che si occuperà di lui e degli altri fratelli e sorelle. Nello stesso periodo il ragazzo trova lavoro in una fabbrica tessile e viene messo subito a giocare nella squadra della fabbrica. Di lavorare non gli interessa più di tanto ma non per una questione di svogliatezza. Piuttosto, è attraversato da una potente e indisciplinata energia che non gli consente di sottostare a nessun tipo di orario lavorativo. La stessa indisciplina, nel campo di calcio, la riserva agli schemi tattici dei quali al giovane passerotto interessa pochissimo: anche questa sarà una nota che lo differenzierà rispetto ai compagni di squadra una volta diventato un grande calciatore. Era più che logico questo atteggiamento: non dimentichiamo la natura panteistica della sua educazione; non dimentichiamoci dell’imitazione; non dimentichiamoci che lui era Garrincha, passerotto, e non Manoel.
Negli anni dell’adolescenza si costruisce la fama di calciatore talentuoso. Fa provini con il Cruzeiro, il Serrano, il São Cristóvão, il Fluminense. Mai per una sua decisione: Mané, questa l’abbreviazione con cui viene chiamato in alternativa a Garrincha, non si preoccupa di mettere a reddito il suo talento e sono parenti e allenatori a organizzargli provini di tutti i tipi. In uno di questi, col Botafogo nel 1953, viene subito ingaggiato. Qui stabilisce il suo primo record: diventa uno dei calciatori meno pagati della storia del calcio. Il suo acquisto costa infatti al suo nuovo club l’equivalente di 27 dollari e uno stipendio di poco più alto rispetto a quanto guadagnava come operaio tessile. Nasce quindi un rapporto perverso con il club nel quale giocherà per i successivi 12 anni, fatto di mancati pagamenti, valutazioni al ribasso, sfruttamento, rifiuto di riconoscere i corrispettivi economici che gli spettavano. Un modo infame, che lo rovinò. In quegli anni però questo non aveva ancora tanta importanza.
Nel 1955 viene convocato nella Nazionale brasiliana. Ha una giovane moglie, Nair Marques, dalla quale avrà otto figlie femmine. Tuttavia Mané non è un marito affidabile. Non può esserlo: così come odia gli orari di lavoro e gli schemi, odia anche gli impegni sentimentali. Esattamente come un bambino, ritiene di avere diritti ma non obblighi. Ha pertanto relazioni con altre donne che Nair finge di ignorare ma verrà il momento in cui la sua vendetta si manifesterà con potente e chirurgica precisione. Per ora lui gioca al Botafogo, si diverte e inizia a fare quel genere di cose per cui diventerà una leggenda: per esempio dribblare file di avversari, arrivare a porta vuota e cedere la palla indietro a un suo compagno anziché segnare, dribblare un avversario e tornare indietro per dribblarlo ancora, saltare le partite perché se ne scorda o perché preferisce andare al bar. Però il Botafogo non lo cede nemmeno davanti alle offerte generose che farà la Juventus nel 1955. Venderà, invece, due calciatori, Luis Vinicio al Napoli e Dino da Costa alla Roma: quest’ultimo nome sarà importante per questo racconto.
La fama del passerotto cresce, ormai molti allenatori delle squadre avversarie gli chiedono di non umiliare troppo i loro difensori. Ma lui non lo fa per umiliarli: lo fa perché si diverte a farlo, lo fa perché il calcio è gioia delle gambe, lo fa perché il calcio fa ridere, come quella volta che costrinse un giocatore italiano ad aggrapparsi al palo della porta da quanto gli aveva fatto girare la testa con i suoi dribbling. E infatti comincia a essere chiamato: “alegria do povo”, gioia del popolo.

Nel 1958 poi ci sono i Mondiali in Svezia, e qui va allargato il contesto. Calcisticamente parlando infatti, se andiamo con la mente a quegli anni, non bisogna pensare al Brasile come alla squadra eccezionale che è storicamente diventata. In quegli anni invece, il Brasile era considerato esattamente il contrario, cioè come lo zimbello dell’America Latina e del mondo intero. Perché? Essenzialmente per due motivi. Il primo era che nel 1950 aveva perso un Mondiale in casa e la sconfitta in finale contro l’Uruguay era rimasta scolpita nella memoria collettiva del Paese (ci furono persino dei suicidi all’epoca). Il secondo motivo è più filosofico ma con delle ricadute molto più pesanti della finale persa. Negli anni Cinquanta infatti la tendenza tattica era quella di costruire un calcio disciplinato, scientifico, calcolato. Era un calcio igienizzato, lattiginoso, vagamente razzista. Erano gli anni degli schemi in stile ungherese, scandinavo, sovietico. Tutte cose che facevano rizzare i capelli in testa a gente come Garrincha o Pelè. E già perché in quel Mondiale del 1958 c’era anche un giovanissimo ragazzino di nome Pelè. In Brasile si subiva molto la pressione di questa mentalità tattica. Il calcio brasiliano era infatti estroverso, aschematico, basato sull’intuito dionisiaco del singolo. Inoltre il Mondiale del 1958 si giocò in Svezia, che era la patria del calcio fisico, algido: un calcio che prendeva ispirazione dal Comportamentismo allora in voga, uno schema di stimolo e risposa in cui a un determinato posizionamento in campo corrispondeva un preciso risultato. A proposito di Comportamentismo, la Federazione brasiliana decise di portarsi appresso in Svezia uno psicologo che avrebbe dovuto fare dei test attidudinali ai giocatori. Questi ultimi vi si sottoposero non appena ricevettero la convocazione e alcuni di loro non li superarono. Due su tutti, Pelè e Garrincha ma per fortuna intervenne la Federazione e la partecipazione dei due fu autorizzata. La storia di Garrincha è in effetti interessante anche per la quantità di sciocchezze che luminari, medici e psicologi dissero sul suo conto. Ai Mondiali del ’58 la Nazionale brasiliana, dopo qualche partita incerta, inizia a dare spettacolo. In finale Pelè si mette a fare il giocoliere, scompigliando le pettinature perfette degli avversari svedesi. Al settantesimo minuto erano già 4-1 per il Brasile (la partita terminerà 5-2). Garrincha non segnerà nessun gol ma sarà inserito nella squadra ideale del torneo. Giocava ala destra, è il destino di quel ruolo essere estroversi e determinanti ma sempre in ombra rispetto al numero dieci. Da quel Mondiale, il Brasile ha iniziato a essere la squadra eccezionale che oggi conosciamo.

La leggenda del Passerotto si espande sempre di più, addirittura c’è chi arriva a dire che il grido di “olè” nel campo da gioco sia nato in ossequio ai suoi numerosi dribbling. Il Botafogo comincia a vincere scudetti e coppe e Garrincha è ormai consacrato come uno dei più importanti calciatori della sua epoca, forse il più importante insieme a Pelè. Nel 1962 c’è il Mondiale in Cile. I dirigenti del Botafogo accelerano il rinnovo del suo contratto, prima che acquistasse valore. Danno a Garrincha un po’ di stipendi arretrati e un pezzo di terra senza valore. Mané pensa che sia un ottimo affare ed è grato alla dirigenza. Nel Mondiale riesce a fare di più che nel ’58: oramai non è solo bravo a dribblare ma ha perfezionato il tiro, che è diventato potente e preciso, ed è arrivato a un eccellente livello di gioco con entrambi i piedi. Questo voleva dire che poteva essere schierato dappertutto in mezzo al campo. Voleva dire che ci sarebbero stati undici Garrincha e non più uno solo. Inoltre, dopo l’infortuniò di Pelè durante il torneo, tocca a lui infilarsi i calzari fatati e condurre la squadra fino alla vittoria, la seconda consecutiva in un Mondiale. Per noi italiani quel torneo è passato alla storia per “la battaglia di Santiago”, una violenta partita che ci contrappose alla nazionale cilena inasprita da alcuni commenti di sapore razzista apparsi su alcuni quotidiani italiani i giorni prima. In semifinale il Brasile incontra lo stesso Cile che ci aveva eliminati. Garrincha subisce numerosi falli fino a che non reagisce, dando un calcio a un difensore avversario. L’arbitro lo espelle e il giocatore è anche colpito da una pietra mentre lascia il campo. Il Brasile vince la partita ma bisogna trovare il modo di far giocare la finale a Mané. Vengono fatte pressioni congiunte da diversi Governi in modo da spingere l’arbitro a tornare suoi propri passi. Alla fine l’espulsione viene revocata e Garrincha può tornare in campo. Ed è così che il Brasile vince il Mondiale, il secondo di fila, e stavolta il Passerotto è tra i capocannonieri.
Il Mondiale in Cile è significativo anche per un altro motivo, extracalcistico ma di fondamentale importanza nella biografia di Mané. In occasione della manifestazione sportiva infatti, gli organizzatori avevano invitato cantanti e personaggi famosi di ogni Paese alla cerimonia inaugurale. Il Brasile manda Elza Soares, la cui popolarità all’epoca non ha ancora valicato i confini europei ma che in patria è già molto famosa. In quell’occasione la celebre cantante conosce il Passerotto e nasce una attrazione che col tempo si trasforma in una relazione.

Garrincha lascia la moglie pur di stare con Elza; Nair però non ci sta e tramite un suo avvocato realizza una formidabile campagna denigratoria contro Elza e Mané, riassumibile nella tesi secondo cui lei era una sfasciafamiglie e lui un alcolizzato. La campagna attecchisce anche grazie al fatto che, nel 1964, in Brasile si instaura una dittatura nei confronti della quale Elza non aveva in precedenza espresso giudizi lodevoli. Per cui all’odio di parte dell’opinione pubblica si sommeranno anche improvvise perquisizioni in casa dei due e un generale clima di minacce. A casa della coppia non tardano ad arrivare telefonate minatorie. A questo va aggiunto che le ginocchia del nostro Passerotto erano già da tempo fragili: la cartilagine del ginocchio si stava via via consumando e questo procura al calciatore dolori molto forti che richiedono continue infiltrazioni. I dirigenti del Botafogo continuano a fare il gioco pericolosamente puerile di guardare il dito mentre il mondo mostra loro il sole e si rifiutano sia di dare aumenti al giocatore sia di cederlo. Addirittura rifiutano anche l’offerta di Gianni Agnelli, che mette sul piatto mezzo miliardo di lire pur di avere Garrincha per tre anni. La somma è stata messa insieme con l’Inter e il Milan e il giocatore brasiliano avrebbe dovuto giocare un anno in ciascuna squadra. Nel frattempo Mané decide di operarsi: stavolta forse i medici hanno ragione. A posteriori, secondo molti, se l’operazione era necessaria le modalità però furono sbagliate: gli furono infatti asportati i menischi e da allora i rendimenti di Mané calarono. Più dell’intervento, a minare il suo corpo sono però le condizioni contrattuali criminali alle quali il Botafogo lo sottopone: la dirigenza decide di pagarlo a cottimo, cioè per ogni singola partita, con il risultato di imporre a Mané di giocare quanto più poteva e con la conseguenza che spesso tornava a casa quasi strisciando.
È con questo spirito che arrivano i Mondiali del ’66 in Inghilterra, gli ultimi di Garrincha e con Pelè infortunato. Il Brasile non brilla e la carriera di Mané in Nazionale termina dopo cinquanta partite e una sola sconfitta. Nel contempo, il Botafogo vende il giocatore al Corinthians senza nemmeno comunicarglielo. Inizia una trafila che lo porterà a giocare in Colombia, nell’Atlético Junior Barranquilla, dove va via dopo essere stato fischiato dal pubblico a causa di una brutta prestazione; nel Flamengo, nel Portuguesa e, nel 1972, nell’Olaria. Quelle elencate non sono le uniche squadre in cui giocò: ci sono stati anche provini, brevi apparizioni, accordi e allenamenti con diverse altre squadre. La sintesi però è che non riuscì più a tornare quello di prima e ciò era naturale: Garrincha non era più un bambino, non poteva dribblare come dieci anni prima, non poteva essere più quel passerotto. Doveva diventare adulto e non sapeva che cosa questo volesse dire. Nel 1969 succede poi un evento che lo getterà in una profonda crisi depressiva: la sua auto si scontra con un camion, lui ne esce illeso ma la madre di Elza, Rosália Maria Gomes, perde la vita. Il senso di colpa lo divorerà per tutto il resto dei suoi giorni.
Ha bisogno di soldi anche perché non sa di averli: gli amici raccontarono di avere trovato assegni mai riscossi tra i giocattoli delle figlie. Giocare a calcio è l’unico modo che conosce per non bere ma non può più giocare come una volta. Come ha avuto modo di dichiarare, aveva fino ad allora bevuto tutto quello che c’era da bere, a parte il veleno. A gennaio del 1970 però si presenta un’opportunità interessante: l’impresario italiano Franco Fontana propone a Elza un certo numero di concerti in Italia; vuole lanciarla nel mainstream italico, magari anche con una partecipazione al Cantagiro. Le offre la possibilità di trasferirsi presso un albergo di Roma insieme a Mané. I loro figli avrebbero atteso a Rio e poi, trascorso un breve periodo e se le cose ingranavano, li avrebbero raggiunti. L’offerta è buona ed Elza decide di accettare anche perché hanno entrambi problemi di debiti per via di una casa pagata soltanto a metà e con un ordine del giudice di completare il pagamento. La coppia parte dunque per Roma, ospiti dell’Hotel Imperiale. Mané si fa subito notare perché si mette d’accordo con i camerieri affinché gli servano ugualmente degli alcolici nonostante l’esplicito divieto di Elza. Dice che ogni volta che chiede un tè, loro dovranno presentarsi con un brandy.

In Italia Elza comincia subito a essere molto amata. Durante la prima conferenza stampa tiene testa ai giornalisti italiani che, come quelli svedesi nel 1958, pensano di potere chiedere senza riguardi qualunque cosa solo perché si trovano davanti a una donna di colore e proveniente da un Paese considerato “meno sviluppato”. Elza li mette a posto. Il pubblicò la ama moltissimo: al teatro Sistina è un successo; seguono una serie di concerti a Milano, Napoli, Palermo, Viareggio, Torino, Prato, Bari e anche qui in Calabria, a Catanzaro. Chissà se quel giorno Mané c’era? Forse no, forse era in albergo a Roma a bere e a guardare la tv.

Non c’è modo di proporsi con le squadre delle serie superiori perché l’ingresso ai calciatori stranieri era stato chiuso come reazione alla sconfitta dell’Italia ai Mondiali del 1966 contro la Corea del Nord: questo episodio rese infatti urgente la necessità di formare e lavorare sui calciatori italiani. Al limite Mané avrebbe potuto farsi pagare per delle partite singole o per tornei non ufficiali. Forse avrebbe dovuto concentrarsi su altro. In effetti un lavoro lo trova: per mille dollari al mese deve andare a promuovere il caffè brasiliano in giro per l’Italia a nome dell’omonima organizzazione brasiliana che si occupa di implementare il commercio della bevanda. Ma non dura molto: rimane mortificato da come lo trattano in Italia sotto queste nuove vesti, in alcuni casi con modi sgarbati e in altri con sufficienza. Non c’è niente da fare: finché è in un campo di calcio, allora la gente lo guarda come un dio, salvo poi trattarlo con indifferenza una volta mimetizzato da comune mortale. Decide di darsi da fare ancora nel calcio ed Elza lo aiuta a conoscere dirigenti e presidenti. Una volta per esempio la donna gli organizza una cena con il presidente dell’Avellino. La squadra è in procinto di fare un salto importante dalla serie C alla serie B e il suo presidente ha le idee molto chiare: c’è bisogno di portare gente allo stadio, far parlare di sé, iniziare a diffondere il nome della squadra anche oltre i confini regionali. Il nome di Garrincha forse è quello giusto, magari dalla panchina o come testimonial visto che non può giocare il campionato. I tre vanno al ristorante. Elza si è precedentemente raccomandata con lui di non bere e di non toccare il vino ma Mané non la ascolta. Continua a bere per tutta la durata della cena fino a quando la donna non comincia a tiragli calci sotto il tavolo. A quel punto il calciatore sbotta violentemente e rivolge pesanti offese a Elza. La scena impressiona il presidente e il potenziale accordo sfuma.
I mesi successivi Mané si ritira sempre di più nella sua camera d’albergo, senza oramai nessuna sembianza da assumere e nessun passerotto da imitare. L’unica persona che frequenta è il musicista e scrittore Chico Buarque, all’epoca in esilio autoimposto in Italia per protesta nei confronti della dittatura in Brasile. È Chico ad accompagnarlo alle prime partitelle tra amici o tra personaggi famosi. In seguito Mané edElza si trovano insieme a Tor Vajanica, ospiti in un residence popolato da attori famosi come i Tognazzi. La coppia è lì perché Elza deve fare un concerto nella discoteca del residence. Vi rimangono il tempo necessario perché si diffonda la voce di questo grande calciatore disposto a tornare a giocare. Inizia ad allenarsi per un brevissimo periodo con la Lazio e comincia a ricevere delle offerte, che accetta. Le partite si giocano sui campi di terra, spesso con gli spalti privi di tifosi, tra squadre di studenti e lavoratori. Fa anche un breve torneo con una squadra di macellai, che con lui in campo perde comunque la finale contro la squadra dei meccanici. “Lo faccio”, dice ai giornali, “per divertirmi e mantenermi in forma”. Qualche tempo dopo però dichiarerà: “Qui non posso nemmeno correre, perché mi rompo il piede. Il campo è pieno di sassi e di buche”. Come un bambino, dice le bugie: dichiara ai giornali di ricevere diverse proposte da club europei e di avere 33 anni, e non 38.
Ti ricordi, lettore, di Dino Da Costa? Era il suo compagno nel Botafogo, passato alla Roma nel 1955. Dino allena il Sacrofano, una squadra di Prima categoria di un paesino di settemila abitanti in provincia di Roma. Chiede a Mané di giocare per loro, a centomilalire a partita. Mané accetta e gioca un quadrangolare a Mignano Ponte Lungo. Nello scontro decisivo mette a segno una doppietta direttamente da calcio d’angolo. Mané quel giorno era felice come un bambino. Alcuni testimoni raccontano che si intratteneva spesso a giocare tornei improvvisati a Campo de’ Fiori. “La sera quando usciva per Roma gli capitava di giocare nelle piazzette del centro per allietare qualche fortunato spettatore inconsapevole.“ L’esperienza italiana termina verso la fine del 1971, quando Elza e Mané rientrano in Brasile. Nel 1972 gioca l’ultima sua stagione nell’Olaria fino al ritiro definitivo nel 1973, a quarant’anni, in una partita giocata al Maracanã con la nazionale brasiliana insieme ai suoi più cari amici e compagni di squadra davanti a oltre centotrentamila spettatori.
Nel 1977 Elza lo lascia dopo l’ennesimo, violentissimo litigio. Da quel momento Mané diventerà un bambino sempre più imprigionato nel corpo di un adulto, un passerotto dentro al corpo di un orso. Beve, beve tantissimo. Il suo volto oramai è gonfio e il suo passo appesantito. Non ha quasi più rapporti con nessuno dei suoi 15 figli. Il 20 gennaio del 1983, all’età di 49 anni, Garrincha muore di cirrosi in un ospedale di Rio. Elza morirà lo stesso giorno di 39 anni dopo.
Mané aveva trascorso i tre giorni precedenti in giro nei bar, a bere. Non c’è nessuno insieme a lui e in ospedale non lo riconoscono perché nei documenti non c’è scritto il suo nome da bambino o da eroe ma il suo nome da adulto, cioè Manoel Francisco Dos Santos. Nonostante le sue condizioni di salute, fino a un mese prima era stato visto ancora giocare a calcio. È tipico degli eroi greci assumere forme umane o animali per comunicare con gli uomini.
Brevissima sitografia, bibliografia e filmografia essenziale
- A vida torata de Mané Garrincha, veja.abril.com.br
- Remembering the genius of Garrincha, bbc.co.uk, BBC.
- http://www.thebegbieinside.com/?s=garrincha.
- http://martinelli.blogautore.repubblica.it/2014/10/18/garrincha-ala-destra-del-sacrofano/
- Ruy Castro, Estrela solitária: um brasileiro chamado Garrincha, San Paolo, Companhia das letras, 1995.
- Marcelo Masagão, Nós Que Aqui Estamos Por Vós Esperamos, 1999.
