Le adunate sediziose del marzo 1950

Nell’immediato Secondo dopoguerra in Calabria e in molte altre aree del Paese si è aperta la stagione dell’occupazione delle terre a opera di consistenti gruppi di braccianti politicamente organizzati. Questa stagione ha visto la Calabria protagonista con innumerevoli casi, alcuni dei quali eclatanti (come i fatti di Melissa1), altri meno. I protagonisti di queste rivolte erano in parte persone che avevano fatto la guerra e alcuni sono protagonisti dei racconti precedenti. Adesso però alcune di queste persone diventano un soggetto collettivo e si perdono nelle masse organizzate che nel Secondo dopoguerra si attivano per rivendicare i propri diritti. Si giustifica così il titolo e la conseguente ragione d’essere di questo racconto, i cui protagonisti-fantasma, presenti nei fatti che seguono ma assenti nella loro individualità, sono pur sempre motori di una costante e incredibile azione di riemersione storica.

Gli episodi accaduti in quel lungo periodo infatti hanno mobilitato una considerevole massa di persone. Eppure, nonostante vi sia una corposa letteratura sul tema, questi episodi sono quasi del tutto trascurati a livello di senso comune, fino a cedere il passo a una retorica endogena che ama confermare la pigra tesi dell’immobilismo di questa realtà. Tale retorica diventa spesso una versione di comodo che la nostra cultura presenta al Tribunale della storia, in modo tale da garantirsi una presunta assoluzione e una concessione di un indulto per così dire, cioè della legittimazione a poter continuare a rendere il futuro una necessità predeterminata. Questa accomodante rassegnazione non proviene dall’esterno, ma è endogena, scrivevo: in altre parole, ci garantisce una quieta, rassicurante, deresponsabilizzazione.

Nelle pagine seguenti cercherò di raccontarla in un altro modo, altrettanto o forse più veritiero di quello imperante. Operazione necessaria, poiché focolai insurrezionali qui, nella Piana di Gioia Tauro, ce ne sono stati. E tali insurrezioni avevano una profonda ragion d’essere che andava al di là delle rivendicazioni politiche e si articolavano in una vera e propria sfida di ordine antropologico, e che proponeva la nascita di una nuova forma di cittadino e di lavoratore.

In particolare, nelle giornate tra il 6 e l’11 marzo del 1950, ci sono stati almeno una decina di focolai insurrezionali scoppiati come un virus in otto centri della Piana, che hanno coinvolto nel complesso circa un migliaio di persone. In alcuni casi, addirittura nello stesso giorno furono occupati più poderi nello stesso Comune, come per esempio a Palmi. Ciascuna occupazione era costituita da centinaia di persone.

Le forze dell’ordine, chiaramente impreparate di fronte a queste masse così determinate, si limitarono a gestire le diverse situazioni che via via si crearono senza incoraggiare il malcontento. La Legge, infine, riconobbe in parte la giustizia di tali azioni e accantonò forme di demonizzazione legale. Fu una scelta saggia: Melissa gridava ancora vendetta e considerare questi atti come meramente criminali, e non come politici, significava mettere benzina sul fuoco della rivolta, alimentare il malcontento e quindi la sedizione, e allattare futuri rivoluzionari. La cautela, tutta cattolica, fu un ottimo anestetico, ma “marzo ha le sue carte”, come dice il proverbio.

Il 6 infatti, 180 varapodiesi si svegliarono, si diedero appuntamento in piazza e andarono di buon passo a occupare l’uliveto “Furone” appartenente all’avvocato Francesco Muscari Tomaioli.2 Giunti lì si divisero in squadre e iniziarono a dedicarsi a opere di zappatura, essendo il terreno in larga parte incolto. Alle 16.30 finirono il lavoro. Alcuni rimasero a presidiare, altri tornarono a casa. La mattina dopo, alle 11, i Carabinieri si presentarono sul posto a chiedere ragione dell’accaduto. Alfonso Impelliccieri e Francesco Zumbè, i due organizzatori dell’azione, risposero che il terreno era incolto e che dissodarlo non era un reato. I Carabinieri dissero che invece lo era, perché era un’occupazione abusiva, e arrestarono una ventina di persone. Nel dibattimento il Giudice riconobbe che in effetti l’occupazione non era finalizzata a una appropriazione delle terre, ma a un fine lodevolissimo, cioè il dissodamento nel terreno. Però non era men vero che da tale operazione i braccianti avrebbero potuto ricavare un vantaggio personale, anche se non economico. E per il solo fatto di poter ricavare un vantaggio personale, il Giudice vide configurarsi quindi una fattispecie di reato che ascrisse solo ai due organizzatori, e li condannò perciò a una pena di 45 giorni di carcere ciascuno e a pagare una multa. Attenzione: la questione del profitto non è secondaria. Una aggravante del reato infatti era quella di occupazione abusiva di proprietà al fine di ricavare un profitto personale. Era lì che si giocava la partita giuridica, ed è per questo che, astutamente, Zumbè e Impelliccieri sostennero che stavano dissodando quelle terre per aumentare il profitto del proprietario, e non per un proprio profitto.

Sempre il 7 marzo del ’50, un altro gruppo di varapodiesi coordinati da Domenico Papalia occupò il podere “Giardinello” del Marchese Marino Rodinò.3 Un bracciante presente in un fondo vicino si trovava intento ad arare il terreno con due buoi e appena vide i braccianti arrivare scappò a gambe levate. Anche in quel caso, la sentenza fu mite, sempre su quel delicato punto di equilibro presente tra la difesa della legge e la necessità di non incoraggiare il malcontento.

Spostiamoci adesso a Seminara.4 Già nel 1948 vi fu una consistente operazione di occupazione delle terre e il 7 marzo, stesso giorno della duplice occupazione a Varapodio, 141 persone (l’elenco con i nomi è lungo sette pagine, Tomasi di Lampedusa sarebbe sobbalzato sulla poltrona a leggerlo) occuparono i fondi di Orazio Rossi e di Leo Gerace. Stessa dinamica a Varapodio: gli occupanti si armarono di zappa e iniziarono a dissodare il terreno. I Carabinieri, che quel giorno plausibilmente si avvisarono di stazione in stazione, si accorsero che stava succedendo qualcosa di strano, si precipitarono nei fondi e cercarono di capire se quella fosse una manovra collettiva e organizzata oppure fosse un atto di protesta momentaneo. Inoltre i militari erano in pochi, e le persone armate di zappa non avrebbero certo considerato un atto di gentilezza da parte dei Carabinieri se questi ultimi avessero sfoderato le pistole e le manette, costringendo dunque i manifestanti a reagire con decisione. Anche in quel caso, la reazione della Legge sembrò più che altro orientata a salvare la faccia anziché a punire il presunto reato.

Lo stesso giorno nella stessa area, a Palmi, 140 persone invasero i fondi di Francesco Cosentino, mentre altre 40 occuparono il fondo di Alfonso Medici.5 Accorsero tre Carabinieri e un maresciallo e si trovarono davanti a una moltitudine di braccianti che zappavano la terra. I Carabinieri avvisarono il capo della rivolta, Santo Loiacono6, di mettere fine alla protesta, ma per tutta risposta l’uomo continuò a incitare i contadini dicendo loro di continuare a zappare, perché solo così avrebbero potuto avere la terra che spettava loro. I Carabinieri, vista l’inferiorità numerica, pensarono bene fosse il caso di andare a vedere cosa diavolo stesse succedendo nell’altro fondo. Anche qui chiesero agli organizzatori di mettere fine alla protesta, ricevendo un netto rifiuto. E anche in questo caso i Carabinieri, vista l’inferiorità numerica, pensarono bene fosse il caso di girare i tacchi e tornarsene in caserma.

Gli atti riportano poi che Loiacono, poco prima della fine della giornata di lavoro, prese una macchina e andò a Rizziconi, dove si procurò una quarantina di stampati dal titolo “Compagni contadini della Provincia di Reggio Calabria” e iniziò a radunare gente nella pubblica piazza. Poi andò a Palmi, radunò di nuovo una folla in piazza Primo maggio (folla costituita dai contadini che quel giorno avevano occupato le terre) e li incitò a fare la stessa cosa l’indomani e a non avere paura degli sgherri di Scelba. Dopo il comizio di piazza Primo maggio, Loiacono diventò per qualche giorno una primula rossa. Si scatenò una curiosa caccia al ladro che durò qualche giorno: il 10 marzo infatti i Carabinieri sgomberarono la proprietà di Cosentino ma non riuscirono a trovare Loiacono, che nel frattempo organizzò dei comizi (oggi si direbbe del flash mob) improvvisati. In uno di questi, l’11, al Trodio,7 venne beccato dai Carabinieri e arrestato. Le accuse furono molteplici: istigazione a delinquere, invasione di terreni, manifestazione pubblica non autorizzata e distribuzione abusiva di stampati. Venne anche trovato in possesso di una lettera. Dalle poche informazioni che riportano i documenti, vi erano delle istruzioni rivolte a Loiacono su come organizzare la rivolta e su come estenderla al più vasto numero di braccianti. Purtroppo la firma dell’autore, scrivono i Carabinieri, è illeggibile. Alla fine, Loiacono verrà condannato a 15 mesi di reclusione e a 23.000 lire di multa.

Lo stesso giorno, circa 70 palmesi coordinati da Rosario Carrozza furono arrestati perché avevano occupato un altro fondo presente a Seminara e appartenente a Giuseppe De Leo. Qui però la risposta della Legge fu ancora più morbida: il giudice disse che in effetti non è facile stabilire se quel giorno vi fu una manifestazione simbolica oppure un reale tentativo di appropriazione delle terre, per cui non essendoci prove sufficienti capaci di dimostrare l’intento criminale dell’azione, assolveva tutti gli imputati, compreso Carrozza, per insufficienza di prove.

L’occupazione avvenuta nelle stesse ore a Polistena ci fornisce ulteriori elementi di chiarificazione.8 Nelle carte processuali infatti si asserisce che tali occupazioni furono svolte in sinergia con le medesime avvenute in provincia di Cosenza e Catanzaro e su impulso della Federazione comunista di Reggio, che in quelle settimane inviò diversi suoi emissari. Uno di questi era Giuseppe Fragomeni, che la mattina dell’8 marzo del 1950 si diede appuntamento davanti alla Camera del Lavoro di Polistena con il segretario Francesco Condello, con Mario Tornatora e con altre 150 persone. Leggiamo le parole del verbale:

Innalzati dei cartelloni e la bandiera rossa, marciando in corteo, si erano diretti verso la contrada Vittoria ed erano penetrati in un fondo del duca Riario Sforza dove, issata la bandiera rossa su di un albero di ulivo e piantati nella terra i cartelloni, si erano irradiati per circa trenta tomolate9 di detto fondo.

I Carabinieri sgomberarono l’area ma il giorno dopo i contadini si ripresentarono, senza però né Fragomeni e né Condello: il primo se ne era già tornato a Reggio, il secondo era irreperibile ma si rifece vivo nei giorni seguenti. Venne organizzata una riunione al Comune in presenza del Sindaco, di alcuni proprietari terrieri e dei rappresentanti dei braccianti. Questi ultimi avanzarono delle richieste molto precise: chiesero al Sindaco di aggiornare la lista dei disoccupati e chiesero ai proprietari terrieri di assorbire la manodopera presente in quella lista. Questi ultimi si dichiararono d’accordo. Il giorno dopo però Condello iniziò ad accampare scuse: disse che non voleva consegnare la lista dei braccianti prima di aver raggiunto un d’accordo sul salario. Poi arringò un altro centinaio di contadini e se ne tornò al fondo di Riario Sforza.

A livello giuridico diventò prioritario un altro problema, di cui il Giudice si fece portatore: è giusto far valere un proprio diritto (il diritto al lavoro) attraverso una sopraffazione di un altro diritto (quello alla proprietà)?

Anche in questo caso, le pene furono blande, qualche multa e qualche settimana di reclusione. Tornatora se la cavò dicendo che quel giorno si trovava lì non già in qualità di sobillatore ma in qualità di corrispondente da Polistena per “l’Unità”. Un altro Tornatora, Alberto, disse che lui invece era corrispondente da Polistena per il giornale “Paese”. Insomma, evidentemente Polistena in quei giorni aveva un’importante copertura mediatica.

Come scritto in precedenza, l’area della Piana era già stata interessata negli anni precedenti da forme di rivolta, o adunate sediziose, come venivano definite: ne è un esempio quella di Messignadi, il 27 settembre del 1948, quando circa 300 persone marciarono alla volta del Comune di Oppido per via degli esosi tributi ai quali erano sottoposte.

Ma torniamo ai fatti del marzo 1950: il 6 a San Ferdinando circa 350 braccianti occuparono un podere del marchese piemontese Ferdinando Coda.10 I Carabinieri accorsero ma riuscirono ad arrestare solo una decina di persone perché gli altri si diedero alla fuga. Nino Seminara e il ventiquattrenne Vincenzo Ferraro furono i principali organizzatori, e se la cavarono con qualche settimana di reclusione. Altre cronache, che però non hanno un riscontro sulle carte processuali, ci riferiscono di un altro arrestato che, non potendo scappare per via di un problema alle gambe, fu subito raggiunto da due Carabinieri. L’uomo, molto alto e robusto, pare che prese i due Carabinieri dalle mani e li sbatté l’uno contro l’altro.11 Occorrerebbe aprire una lunga parentesi sulle occupazioni nell’agro di San Ferdinando poiché furono quelle più numerose e che coinvolsero i vertici politici della CGIL e del PCI, il Ministro Gullo, Di Vittorio, Misefari. Questo avvenne perché già il 10 novembre del 1945 i contadini riuscirono a occupare e a ottenere dal Comune12 l’usufrutto delle terre del Bosco Domitini realizzando quindi lo scopo principale dell’occupazione. Certo, stavolta però l’interlocutore non era il Comune, ma era il marchese Coda, marito di una discendente dei Nunziante che, a partire dal 1818, come abbiamo dettagliato nel racconto su Maia, sono stati i principali protagonisti nel governo dell’area.13

A Candidoni14 una trentina di persone occuparono un podere del barone Cordopatri, stavolta l’organizzazione era in mano alla Camera del Lavoro di Rosarno, ma il giudice decise il non luogo a procedere per mancanza di querela.

Infine, a Gioia Tauro furono amnistiate una settantina di persone, alcune delle quali non solo per il reato di occupazione delle terre ma anche per pascolo abusivo. Avevano occupato le terre del marchese Filiari, amministrate dal Principe Ferdinando Acton di Leporano.15

Che queste giornate, nella mente degli organizzatori, fossero un tentativo di realizzare una sobillazione popolare ce lo conferma anche un rapporto dei Carabinieri, che in uno dei tanti fascicoli processuali consultati scrivono che è in atto un vasto movimento di occupazione delle terre a opera del bracciantato agricolo disoccupato, al quale si sono uniti lavoratori di altre categorie, diretto all’occupazione di terreni privati.

Gli intenti di questa presunta sommossa non furono raggiunti. Ma l’oblio al quale sono stati consegnati ci dimostra che era importante minimizzare, mistificare, ridimensionare, in modo da neutralizzare la carica rivoluzionaria che tali iniziative confermavano. Agisce così la restaurazione.

Eppure, fu creato un precedente, forse uno dei pochi, che rese sempre più urgente la questione della riforma agraria e della definitiva messa in discussione di quelle forme di anchilosante feudalesimo tipiche della nostra realtà locale.

Quei contadini, circa 1200 persone, erano uomini e donne. All’epoca erano ingiuriati, vilipesi e considerati alla stregua di straccioni. Nella percezione comune erano gli ultimi. Le loro azioni politiche erano ridicolizzate o demonizzate, e nel nostro caso specifico fu per loro una fortuna avere davanti degli uomini di legge memori dei morti di Melissa di un anno prima. Quei braccianti furono in realtà una delle più brillanti avanguardie culturali e politiche di quell’epoca, e ci hanno fornito un significativo esempio di che cosa vuol dire agire per modificare le disfunzioni presenti in una determinata realtà.

1Il 29 ottobre del 1949 a Melissa, in provincia di Crotone, i reparti della celere, che raramente nel corso della loro storia hanno dato prova di intelligenza e sensibilità tattica, aprirono il fuoco contro i braccianti che stavano occupando il fondo Fragalà, appartenente al barone Berlingeri. Si trattava di un fondo che in origine era diviso tra il comune e la famiglia del barone ma che negli anni fu occupato per intero e abusivamente dai Berlingeri, e questo rendeva più accese le rivendicazioni dei braccianti. Durante quell’occupazione furono uccise tre persone: Francesco Nigro di 29 anni, Giovanni Zito di 15 anni, e Angelina Mauro di 23 anni. I fatti destarono grande scalpore all’epoca.

2Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 34, a. 1950, sentenze 464/761.

3Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 35, a. 1951, sentenze 1/469.

4Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 36, a. 1951, sentenze 472/855.

5Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 35, a. 1951, sentenze 1/469.

6 O Lojacono.

7Il Trodio è una zona che, venendo da Gioia Tauro, si trova più o meno all’ingresso del Comune di Palmi.

8Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 36, a. 1951, sentenze 472/855. Fascicolo n. 282/50.

9Il tomolo, o tomolata, equivale, a seconda della zona considerata, a una superficie agraria che oscilla dai 2000 ai 4000 mq.

10Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 36, a. 1951, sentenze 472/855. Fascicolo n. 594/50.

11Ce lo racconta Salvatore Tripodi nel libro “La formazione delle classi sociali nell’aggregato urbano di San Ferdinando”, Edizione circolo culturale “Incontri con l’arte”, 1992, a pag. 75. Secondo l’Autore, a partire da gennaio del 1950 si intensificano le occupazioni, quindi può darsi che egli si riferisca a una occupazione diversa da quella contenuta negli atti processuali indicati in questo contesto. In ogni caso, gli attori erano gli stessi.

12 Il Comune in oggetto è quello di Rosarno, del quale San Ferdinando all’epoca era frazione.

13Su storia si veda il seguente link: https://www.aldiladellostretto.com/articolo-magazine/narrazioni-sismiche-lesempio-di-san-ferdinando-1-2/ e https://www.aldiladellostretto.com/articolo-magazine/lesempio-di-san-ferdinando-2-2/.

14Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 36, a. 1951, sentenze 472/855.

15Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 41, a. 1954, sentenze 1/727.

Spin-off

Le adunate sediziose del marzo 1950

Nell’immediato Secondo dopoguerra in Calabria e in molte altre aree del Paese si è aperta la stagione dell’occupazione delle terre a opera di consistenti gruppi di braccianti politicamente organizzati. Questa stagione ha visto la Calabria protagonista con innumerevoli casi, alcuni dei quali eclatanti (come i fatti di Melissa1), altri meno. I protagonisti di queste rivolte erano in parte persone che avevano fatto la guerra e alcuni sono protagonisti dei racconti precedenti. Adesso però alcune di queste persone diventano un soggetto collettivo e si perdono nelle masse organizzate che nel Secondo dopoguerra si attivano per rivendicare i propri diritti. Si giustifica così il titolo e la conseguente ragione d’essere di questo racconto, i cui protagonisti-fantasma, presenti nei fatti che seguono ma assenti nella loro individualità, sono pur sempre motori di una costante e incredibile azione di riemersione storica.

Gli episodi accaduti in quel lungo periodo infatti hanno mobilitato una considerevole massa di persone. Eppure, nonostante vi sia una corposa letteratura sul tema, questi episodi sono quasi del tutto trascurati a livello di senso comune, fino a cedere il passo a una retorica endogena che ama confermare la pigra tesi dell’immobilismo di questa realtà. Tale retorica diventa spesso una versione di comodo che la nostra cultura presenta al Tribunale della storia, in modo tale da garantirsi una presunta assoluzione e una concessione di un indulto per così dire, cioè della legittimazione a poter continuare a rendere il futuro una necessità predeterminata. Questa accomodante rassegnazione non proviene dall’esterno, ma è endogena, scrivevo: in altre parole, ci garantisce una quieta, rassicurante, deresponsabilizzazione.

Nelle pagine seguenti cercherò di raccontarla in un altro modo, altrettanto o forse più veritiero di quello imperante. Operazione necessaria, poiché focolai insurrezionali qui, nella Piana di Gioia Tauro, ce ne sono stati. E tali insurrezioni avevano una profonda ragion d’essere che andava al di là delle rivendicazioni politiche e si articolavano in una vera e propria sfida di ordine antropologico, e che proponeva la nascita di una nuova forma di cittadino e di lavoratore.

In particolare, nelle giornate tra il 6 e l’11 marzo del 1950, ci sono stati almeno una decina di focolai insurrezionali scoppiati come un virus in otto centri della Piana, che hanno coinvolto nel complesso circa un migliaio di persone. In alcuni casi, addirittura nello stesso giorno furono occupati più poderi nello stesso Comune, come per esempio a Palmi. Ciascuna occupazione era costituita da centinaia di persone.

Le forze dell’ordine, chiaramente impreparate di fronte a queste masse così determinate, si limitarono a gestire le diverse situazioni che via via si crearono senza incoraggiare il malcontento. La Legge, infine, riconobbe in parte la giustizia di tali azioni e accantonò forme di demonizzazione legale. Fu una scelta saggia: Melissa gridava ancora vendetta e considerare questi atti come meramente criminali, e non come politici, significava mettere benzina sul fuoco della rivolta, alimentare il malcontento e quindi la sedizione, e allattare futuri rivoluzionari. La cautela, tutta cattolica, fu un ottimo anestetico, ma “marzo ha le sue carte”, come dice il proverbio.

Il 6 infatti, 180 varapodiesi si svegliarono, si diedero appuntamento in piazza e andarono di buon passo a occupare l’uliveto “Furone” appartenente all’avvocato Francesco Muscari Tomaioli.2 Giunti lì si divisero in squadre e iniziarono a dedicarsi a opere di zappatura, essendo il terreno in larga parte incolto. Alle 16.30 finirono il lavoro. Alcuni rimasero a presidiare, altri tornarono a casa. La mattina dopo, alle 11, i Carabinieri si presentarono sul posto a chiedere ragione dell’accaduto. Alfonso Impelliccieri e Francesco Zumbè, i due organizzatori dell’azione, risposero che il terreno era incolto e che dissodarlo non era un reato. I Carabinieri dissero che invece lo era, perché era un’occupazione abusiva, e arrestarono una ventina di persone. Nel dibattimento il Giudice riconobbe che in effetti l’occupazione non era finalizzata a una appropriazione delle terre, ma a un fine lodevolissimo, cioè il dissodamento nel terreno. Però non era men vero che da tale operazione i braccianti avrebbero potuto ricavare un vantaggio personale, anche se non economico. E per il solo fatto di poter ricavare un vantaggio personale, il Giudice vide configurarsi quindi una fattispecie di reato che ascrisse solo ai due organizzatori, e li condannò perciò a una pena di 45 giorni di carcere ciascuno e a pagare una multa. Attenzione: la questione del profitto non è secondaria. Una aggravante del reato infatti era quella di occupazione abusiva di proprietà al fine di ricavare un profitto personale. Era lì che si giocava la partita giuridica, ed è per questo che, astutamente, Zumbè e Impelliccieri sostennero che stavano dissodando quelle terre per aumentare il profitto del proprietario, e non per un proprio profitto.

Sempre il 7 marzo del ’50, un altro gruppo di varapodiesi coordinati da Domenico Papalia occupò il podere “Giardinello” del Marchese Marino Rodinò.3 Un bracciante presente in un fondo vicino si trovava intento ad arare il terreno con due buoi e appena vide i braccianti arrivare scappò a gambe levate. Anche in quel caso, la sentenza fu mite, sempre su quel delicato punto di equilibro presente tra la difesa della legge e la necessità di non incoraggiare il malcontento.

Spostiamoci adesso a Seminara.4 Già nel 1948 vi fu una consistente operazione di occupazione delle terre e il 7 marzo, stesso giorno della duplice occupazione a Varapodio, 141 persone (l’elenco con i nomi è lungo sette pagine, Tomasi di Lampedusa sarebbe sobbalzato sulla poltrona a leggerlo) occuparono i fondi di Orazio Rossi e di Leo Gerace. Stessa dinamica a Varapodio: gli occupanti si armarono di zappa e iniziarono a dissodare il terreno. I Carabinieri, che quel giorno plausibilmente si avvisarono di stazione in stazione, si accorsero che stava succedendo qualcosa di strano, si precipitarono nei fondi e cercarono di capire se quella fosse una manovra collettiva e organizzata oppure fosse un atto di protesta momentaneo. Inoltre i militari erano in pochi, e le persone armate di zappa non avrebbero certo considerato un atto di gentilezza da parte dei Carabinieri se questi ultimi avessero sfoderato le pistole e le manette, costringendo dunque i manifestanti a reagire con decisione. Anche in quel caso, la reazione della Legge sembrò più che altro orientata a salvare la faccia anziché a punire il presunto reato.

Lo stesso giorno nella stessa area, a Palmi, 140 persone invasero i fondi di Francesco Cosentino, mentre altre 40 occuparono il fondo di Alfonso Medici.5 Accorsero tre Carabinieri e un maresciallo e si trovarono davanti a una moltitudine di braccianti che zappavano la terra. I Carabinieri avvisarono il capo della rivolta, Santo Loiacono6, di mettere fine alla protesta, ma per tutta risposta l’uomo continuò a incitare i contadini dicendo loro di continuare a zappare, perché solo così avrebbero potuto avere la terra che spettava loro. I Carabinieri, vista l’inferiorità numerica, pensarono bene fosse il caso di andare a vedere cosa diavolo stesse succedendo nell’altro fondo. Anche qui chiesero agli organizzatori di mettere fine alla protesta, ricevendo un netto rifiuto. E anche in questo caso i Carabinieri, vista l’inferiorità numerica, pensarono bene fosse il caso di girare i tacchi e tornarsene in caserma.

Gli atti riportano poi che Loiacono, poco prima della fine della giornata di lavoro, prese una macchina e andò a Rizziconi, dove si procurò una quarantina di stampati dal titolo “Compagni contadini della Provincia di Reggio Calabria” e iniziò a radunare gente nella pubblica piazza. Poi andò a Palmi, radunò di nuovo una folla in piazza Primo maggio (folla costituita dai contadini che quel giorno avevano occupato le terre) e li incitò a fare la stessa cosa l’indomani e a non avere paura degli sgherri di Scelba. Dopo il comizio di piazza Primo maggio, Loiacono diventò per qualche giorno una primula rossa. Si scatenò una curiosa caccia al ladro che durò qualche giorno: il 10 marzo infatti i Carabinieri sgomberarono la proprietà di Cosentino ma non riuscirono a trovare Loiacono, che nel frattempo organizzò dei comizi (oggi si direbbe del flash mob) improvvisati. In uno di questi, l’11, al Trodio,7 venne beccato dai Carabinieri e arrestato. Le accuse furono molteplici: istigazione a delinquere, invasione di terreni, manifestazione pubblica non autorizzata e distribuzione abusiva di stampati. Venne anche trovato in possesso di una lettera. Dalle poche informazioni che riportano i documenti, vi erano delle istruzioni rivolte a Loiacono su come organizzare la rivolta e su come estenderla al più vasto numero di braccianti. Purtroppo la firma dell’autore, scrivono i Carabinieri, è illeggibile. Alla fine, Loiacono verrà condannato a 15 mesi di reclusione e a 23.000 lire di multa.

Lo stesso giorno, circa 70 palmesi coordinati da Rosario Carrozza furono arrestati perché avevano occupato un altro fondo presente a Seminara e appartenente a Giuseppe De Leo. Qui però la risposta della Legge fu ancora più morbida: il giudice disse che in effetti non è facile stabilire se quel giorno vi fu una manifestazione simbolica oppure un reale tentativo di appropriazione delle terre, per cui non essendoci prove sufficienti capaci di dimostrare l’intento criminale dell’azione, assolveva tutti gli imputati, compreso Carrozza, per insufficienza di prove.

L’occupazione avvenuta nelle stesse ore a Polistena ci fornisce ulteriori elementi di chiarificazione.8 Nelle carte processuali infatti si asserisce che tali occupazioni furono svolte in sinergia con le medesime avvenute in provincia di Cosenza e Catanzaro e su impulso della Federazione comunista di Reggio, che in quelle settimane inviò diversi suoi emissari. Uno di questi era Giuseppe Fragomeni, che la mattina dell’8 marzo del 1950 si diede appuntamento davanti alla Camera del Lavoro di Polistena con il segretario Francesco Condello, con Mario Tornatora e con altre 150 persone. Leggiamo le parole del verbale:

Innalzati dei cartelloni e la bandiera rossa, marciando in corteo, si erano diretti verso la contrada Vittoria ed erano penetrati in un fondo del duca Riario Sforza dove, issata la bandiera rossa su di un albero di ulivo e piantati nella terra i cartelloni, si erano irradiati per circa trenta tomolate9 di detto fondo.

I Carabinieri sgomberarono l’area ma il giorno dopo i contadini si ripresentarono, senza però né Fragomeni e né Condello: il primo se ne era già tornato a Reggio, il secondo era irreperibile ma si rifece vivo nei giorni seguenti. Venne organizzata una riunione al Comune in presenza del Sindaco, di alcuni proprietari terrieri e dei rappresentanti dei braccianti. Questi ultimi avanzarono delle richieste molto precise: chiesero al Sindaco di aggiornare la lista dei disoccupati e chiesero ai proprietari terrieri di assorbire la manodopera presente in quella lista. Questi ultimi si dichiararono d’accordo. Il giorno dopo però Condello iniziò ad accampare scuse: disse che non voleva consegnare la lista dei braccianti prima di aver raggiunto un d’accordo sul salario. Poi arringò un altro centinaio di contadini e se ne tornò al fondo di Riario Sforza.

A livello giuridico diventò prioritario un altro problema, di cui il Giudice si fece portatore: è giusto far valere un proprio diritto (il diritto al lavoro) attraverso una sopraffazione di un altro diritto (quello alla proprietà)?

Anche in questo caso, le pene furono blande, qualche multa e qualche settimana di reclusione. Tornatora se la cavò dicendo che quel giorno si trovava lì non già in qualità di sobillatore ma in qualità di corrispondente da Polistena per “l’Unità”. Un altro Tornatora, Alberto, disse che lui invece era corrispondente da Polistena per il giornale “Paese”. Insomma, evidentemente Polistena in quei giorni aveva un’importante copertura mediatica.

Come scritto in precedenza, l’area della Piana era già stata interessata negli anni precedenti da forme di rivolta, o adunate sediziose, come venivano definite: ne è un esempio quella di Messignadi, il 27 settembre del 1948, quando circa 300 persone marciarono alla volta del Comune di Oppido per via degli esosi tributi ai quali erano sottoposte.

Ma torniamo ai fatti del marzo 1950: il 6 a San Ferdinando circa 350 braccianti occuparono un podere del marchese piemontese Ferdinando Coda.10 I Carabinieri accorsero ma riuscirono ad arrestare solo una decina di persone perché gli altri si diedero alla fuga. Nino Seminara e il ventiquattrenne Vincenzo Ferraro furono i principali organizzatori, e se la cavarono con qualche settimana di reclusione. Altre cronache, che però non hanno un riscontro sulle carte processuali, ci riferiscono di un altro arrestato che, non potendo scappare per via di un problema alle gambe, fu subito raggiunto da due Carabinieri. L’uomo, molto alto e robusto, pare che prese i due Carabinieri dalle mani e li sbatté l’uno contro l’altro.11 Occorrerebbe aprire una lunga parentesi sulle occupazioni nell’agro di San Ferdinando poiché furono quelle più numerose e che coinvolsero i vertici politici della CGIL e del PCI, il Ministro Gullo, Di Vittorio, Misefari. Questo avvenne perché già il 10 novembre del 1945 i contadini riuscirono a occupare e a ottenere dal Comune12 l’usufrutto delle terre del Bosco Domitini realizzando quindi lo scopo principale dell’occupazione. Certo, stavolta però l’interlocutore non era il Comune, ma era il marchese Coda, marito di una discendente dei Nunziante che, a partire dal 1818, come abbiamo dettagliato nel racconto su Maia, sono stati i principali protagonisti nel governo dell’area.13

A Candidoni14 una trentina di persone occuparono un podere del barone Cordopatri, stavolta l’organizzazione era in mano alla Camera del Lavoro di Rosarno, ma il giudice decise il non luogo a procedere per mancanza di querela.

Infine, a Gioia Tauro furono amnistiate una settantina di persone, alcune delle quali non solo per il reato di occupazione delle terre ma anche per pascolo abusivo. Avevano occupato le terre del marchese Filiari, amministrate dal Principe Ferdinando Acton di Leporano.15

Che queste giornate, nella mente degli organizzatori, fossero un tentativo di realizzare una sobillazione popolare ce lo conferma anche un rapporto dei Carabinieri, che in uno dei tanti fascicoli processuali consultati scrivono che è in atto un vasto movimento di occupazione delle terre a opera del bracciantato agricolo disoccupato, al quale si sono uniti lavoratori di altre categorie, diretto all’occupazione di terreni privati.

Gli intenti di questa presunta sommossa non furono raggiunti. Ma l’oblio al quale sono stati consegnati ci dimostra che era importante minimizzare, mistificare, ridimensionare, in modo da neutralizzare la carica rivoluzionaria che tali iniziative confermavano. Agisce così la restaurazione.

Eppure, fu creato un precedente, forse uno dei pochi, che rese sempre più urgente la questione della riforma agraria e della definitiva messa in discussione di quelle forme di anchilosante feudalesimo tipiche della nostra realtà locale.

Quei contadini, circa 1200 persone, erano uomini e donne. All’epoca erano ingiuriati, vilipesi e considerati alla stregua di straccioni. Nella percezione comune erano gli ultimi. Le loro azioni politiche erano ridicolizzate o demonizzate, e nel nostro caso specifico fu per loro una fortuna avere davanti degli uomini di legge memori dei morti di Melissa di un anno prima. Quei braccianti furono in realtà una delle più brillanti avanguardie culturali e politiche di quell’epoca, e ci hanno fornito un significativo esempio di che cosa vuol dire agire per modificare le disfunzioni presenti in una determinata realtà.

1Il 29 ottobre del 1949 a Melissa, in provincia di Crotone, i reparti della celere, che raramente nel corso della loro storia hanno dato prova di intelligenza e sensibilità tattica, aprirono il fuoco contro i braccianti che stavano occupando il fondo Fragalà, appartenente al barone Berlingeri. Si trattava di un fondo che in origine era diviso tra il comune e la famiglia del barone ma che negli anni fu occupato per intero e abusivamente dai Berlingeri, e questo rendeva più accese le rivendicazioni dei braccianti. Durante quell’occupazione furono uccise tre persone: Francesco Nigro di 29 anni, Giovanni Zito di 15 anni, e Angelina Mauro di 23 anni. I fatti destarono grande scalpore all’epoca.

2Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 34, a. 1950, sentenze 464/761.

3Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 35, a. 1951, sentenze 1/469.

4Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 36, a. 1951, sentenze 472/855.

5Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 35, a. 1951, sentenze 1/469.

6 O Lojacono.

7Il Trodio è una zona che, venendo da Gioia Tauro, si trova più o meno all’ingresso del Comune di Palmi.

8Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 36, a. 1951, sentenze 472/855. Fascicolo n. 282/50.

9Il tomolo, o tomolata, equivale, a seconda della zona considerata, a una superficie agraria che oscilla dai 2000 ai 4000 mq.

10Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 36, a. 1951, sentenze 472/855. Fascicolo n. 594/50.

11Ce lo racconta Salvatore Tripodi nel libro “La formazione delle classi sociali nell’aggregato urbano di San Ferdinando”, Edizione circolo culturale “Incontri con l’arte”, 1992, a pag. 75. Secondo l’Autore, a partire da gennaio del 1950 si intensificano le occupazioni, quindi può darsi che egli si riferisca a una occupazione diversa da quella contenuta negli atti processuali indicati in questo contesto. In ogni caso, gli attori erano gli stessi.

12 Il Comune in oggetto è quello di Rosarno, del quale San Ferdinando all’epoca era frazione.

13Su storia si veda il seguente link: https://www.aldiladellostretto.com/articolo-magazine/narrazioni-sismiche-lesempio-di-san-ferdinando-1-2/ e https://www.aldiladellostretto.com/articolo-magazine/lesempio-di-san-ferdinando-2-2/.

14Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 36, a. 1951, sentenze 472/855.

15Archivio di Stato di Palmi, Sentenze del Tribunale di Palmi, Busta 41, a. 1954, sentenze 1/727.

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