L’alba di Milano si presentava pallida e arancione, infilzata da rapide occhiate sguinzagliate per le strade e pronte a infilarsi improvvise negli anfratti squadrati aperti come covi di talpe nelle piazze nelle vie negli incroci disseminati lungo i punti cardinali della città.
Montessoriani, situopedisti, findusiani, steineriani, fröbeliani, nutelliani, integralisti suvietici, decathloniani, amazoniani: niente altro che umani in cattività,
vegani anelanti distese di pascoli di nuvole
camicie a righe colorate e verticali
abbottonate fino al pomo di Adamo
Pomi di Adamo rimbalzanti dall’alto verso il basso e ritmati da tacchi felini,
chincaglieria vintage esibita come una sentenza
“La moda è l’inattualità” – sembrava questa la sentenza, se non fosse per quei parlòfoni che ognuno reggeva in mano, leggerissimi, tanto che su alcune mani sembravano appoggiati, soprattutto su quelle smaltate e lucide dei più eleganti tra gli esseri in cattività.
Erano fiumane di persone, erano centinaia di migliaia, erano ogni mattina pronte a uscire di casa in ordine e con le espressioni colte e severe, le bocche mute, le orecchie reclinate sui parlòfoni o faticosamente adagiate sui colli rigidi.
Le posture rabbiose, militanti. Le parole pesate, perché nella terra pragmatica e drastica del Piuttostoche non era mai stato tanto amato il tempo della durata quanto quello cronologico delle partenze e degli arrivi, del beccarsi e del per-un-pelo, del c’è-mancato-poco e della prossima-volta. Ogni tanto si sentivano pidgin serpeggiare lungo gli ingressi e nei vagoni delle metro, cioè il posto dove gli umani in cattività si infilavano ogni mattina appena usciti di casa, correndo con il passo che di solito si riserva a un ingresso trionfale: un onore eccessivo, un inspiegabile dono portato in omaggio all’altare del non vedo-l’ora-che-arrivi-il-venerdì o addirittura le ferie. Immersi nella placenta del ci-becchiamo-al-volo, erano simulacri di se stessi, come la parola vuoto lo è della parola vacanza. Ma non importava tutto questo, non importava agli umani in cattività – o forse importava, o forse importava tantissimo, se è vero come è vero che le truppe del Prodotto Interno Lordo si concedevano, prima del loro ingresso negli universi paralleli degli uffici, una mistica e significativa preghiera per ringraziare l’alba che, anche se pallida e arancione, ogni mattina ancora aveva questa ulteriore, inspiegabile bontà di baciare i propri figli. E allora ecco che frotte di umani in cattività scendevano alla fermata della metro arancione situata a sud-est di Milano, nella zona di Calvairate, per rendere un saluto al sole. Ciascuno, paradossalmente, mosso da un puro inconscio marxista: “ognuno secondo le proprie capacità e a ognuno secondo i propri bisogni”.
