Se dovessimo analizzare e ricercare i motivi che determinano l’identità reale di un posto, e dovessimo provare a elencarli, ci accorgeremmo che l’abitato di Delianuova, il paese in provincia di Reggio Calabria cui sono nato, non rispetterebbe nessuno dei motivi che elencheremmo. Se assumiamo che l’identità di un posto, o di una generica unità, è fornita da un nome infatti, allora Delianuova non ha una identità, perché per gran parte della sua storia, non ha mai avuto un unico nome. Se l’identità è determinata dal fatto che una unità occupa sempre il medesimo posto, allora nemmeno in questo caso questo paese si può dire fornito di una identità, perché è certo che prima del Grande flagello del 1783 gli abitati che oggi la costituiscono si trovavano altrove. Se l’identità è determinata da una unità, coerenza e coesione, allora nemmeno in questo caso Delianuova è mai esistita, essendo il risultato di due centri abitati che avevano in comune solo la vicinanza. Inoltre, se il nome è sinonimo almeno di un valore simbolico di riferimento che conferisca unità, allora anche in questo caso siamo costretti a indietreggiare, poiché non è mai esistita una Delia vecchia che avrebbe potuto giustificare una sorta di rinascimento della nuova Delia.
Delianuova infatti non è esistita fino al 1878, data in cui fu deciso di riunire i due abitati di Pedavoli e Paracorio in un unico nome, edificando dal nulla un mito fondativo molto in voga in epoca umbertina e consistente nel recuperare presunte origini classiche legate alla tradizione del luogo, spesso inventandole di sana pianta, oppure usando come fonti gli sproloqui di letterati di epoca barocca o rinascimentale, che a loro volta o estetizzavano dei racconti orali oppure, semplicemente, inventavano delle narrazioni senza alcun appiglio storico. Era una forma di marketing, diremmo oggi, molto in voga in epoca postunitaria; una narrazione tossica molto più colta di quelle di oggi, certamente, ma altrettanto mistificante, che ha riguardato moltissimi centri abitati nella nostra zona, che si portano dietro nomi che hanno nulla o poco a che vedere con la propria dentità storica. Infatti, paesi come questo si riescono a capire soltanto se si conoscono e si studiano i toponimi legati alle campagne, e non le vie o le piazze.
Si colloca in questo filone il nome Delia, nato appunto il 27 gennaio del 1878 ed entrato in vigore il 1 maggio successivo e prima di allora mai considerato, che nasce come debito nei confronti della città di Delo, dalla quale presumibilmente venivano i nostri fondatori, che furono i cittadini di Bova Superiore che a loro volta oltrepassarono le vette dal versante Jonico a quello Tirrenico dell’Aspromonte in cerca di territori più sicuri nei quali trovare riparo. Che poi i bovesi che hanno fondato Delianuova fossero in realtà a loro volta lontani discendenti dei greci di Delo e oramai bizantinizzati, questo non importava: l’importante era la patente di grecità. Il nome Delia poi si richiama a Diana, e quindi ad Artemide, dea della caccia, in corrispondenza simbolica con il grande e antico rapporto che ha sempre legato i deliesi con l’Apromonte e con i suoi frutti.
Oggi vorrei provare a concretizzare la storia di questo posto basandomi invece su quello che abbiamo a livello concretamente storico, cercando di rifuggire dai miti fondativi.
Prima di Delianuova, esistevano due centri abitati, uno di nome Pedavoli e uno di nome Paracorio. Il nome Pedavoli ha diverse etimologie, e come spesso accade le più accredditate sono quelle meno realistiche: una, la più diffusa dice che deriva da δαπιδαλβον, che si fa risalire a δάπεδον, che vuol dire villaggio, paese, contrada e αυλιόν, che vuol dire stalla, tugurio, capanna quindi “villaggio rurale”, “villaggio di pastori”. Si tratta dell’etimologia meno motivata perché in genere la si fa risalire a Gillou, che però da nessuna parte scrive che δαπιδαλβον equivale e Pedavoli. Mentre l’altra è επίδαυλος, cioè “folto”, che è l’etimologia proposta da Rohlfs. Altre etimologie riguardano Pedauro, cioè ai piedi del monte, che è relativa a un’iscrizione presente in una colonna di una fontanella di Sant’Elia e che ci viene riferita da Zerbi. Il nome Paracorio (che, almeno fino a quando ero ragazzino io, si pronunciava “Parahorio”, e poi “Paraforìo”) deriva da παρά-χώρός, cioè “nei pressi del villaggio”, oppure “oltre il villaggio”, intendendo significare una vicinanza a un insediamente che probabilmente era quello di Pedavoli, nato prima.1
Se ci atteniamo però al mito fondativo, allora il villaggio oltre il quale si trova Paracorio però potrebbe anche essere Bova Superiore, poiché la leggenda narra che vi era un paesino di nome Delia, che era vicino a Bova (secondo alcuni era Bova Marina, secondo altri era un paese ora scomparso), che a causa delle incursioni saracene nell’IX secolo d. C. fu abbandonato dai suoi abitanti, che andarono a fondare Bova, Africo e Delianuova. Cosa diversa da Pedavoli, che invece si vuole fondata dai Taureanesi in fuga sempre per il medesimo motivo. Però tali fonti sono tutte letterarie2, anche se è vero che affondano le loro radici su racconti orali.
Una delle attestazioni al momento storicamente più accettate dell’esistenza di un insediamento umano, possiamo dire rurale o protourbano in relazione all’area di Delianuova, ce la fornisce André Guillou in un suo articolo del 1971, molto celebre tra gli addetti ai lavori, dal titolo La tourma des Salines dans le thème de Calabre.3
In questo lungo e ricco articolo, Guillou sostiene la tesi dell’esistenza di una struttura amministrativa bizantina che aveva il suo centro nel Thema di Calabria, con capitale Reggio, articolato poi in diverse Tourme. Dovremmo immaginare le Tourme come delle specie di province all’interno delle quali c’erano diversi piccoli insediamenti umani, villaggi probabilmente, con dei mulini e qualche attività artigianale. Guillou le descrive così: «il chôrion (…) era costituito da un centro abitato circondato da una cintura di piccoli campi coltivati, inglobato certo a sua volta in una larga corona formata da proasteia (proprietà di gente agiata che abitano nel borgo, e sulle quali vive la mano d’opera) e di agridia, sui quali vivono i contadini-proprietari».4 Non tutti gli insediamenti erano così, ovviamente, ma questa descrizione ci basta per fornirci un modello di riferimento.
La Tourma nella quale ci troviamo adesso corrispondeva a quella delle Saline, che copriva un’area che riguardava tutta la Piana con il monte Poro come confine settentrionale e le propaggini dell’Aspromonte fino a Montalto come confine sud orientale. Si tratta quindi di un territorio molto vasto in cui l’area dell’attuale Delianuova costituiva la zona di confine, ovviamente tenendo conto degli sconvolgimenti e delle conseguenti modifiche orografiche che hanno colpito gran parte della Calabria nei secoli.
Guillou ci dice che a un certo punto, tra il 1050 e il 1065, alcuni proprietari iniziano a donare le proprie terre alla neonata Cattedrale di Hagia-Agathè a Oppido. Da dove prende queste informazioni Guillou? Le prende dal Brébion5 della Metropoli di Reggio. Il Brébion, o Breve, è un elenco di 535 righe riconducibile alla metà dell’XI secolo in cui sono riportati i beni della Metropoli di Reggio. Si tratta di un documento molto importante perché ci offre uno spaccato dell’ultimo periodo bizantino a ridosso della conquista Normanna, che avvenne nel 1059.6 L’ipotesi di Gillou è che, in un’ottica di riconfigurazione delle chiese di rito greco, i bizantini avevano deciso di creare questa cattedrale a Oppido, realizzando un castrum fortificato, in linea con i precedenti usi che venivano fatti del centro abitato. Tale castrum era il centro amministrativo della Tourma. Il nome di Santa Agata forse era dovuto al nome di un precedente edificio di culto che gli arabi avevano distrutto, e situato altrove. Un’altra ipotesi è che i proprietari terrieri, sentendo che i normanni erano in dirittura di arrivo, avevano cominciato a donare i loro beni alla Chiesa pensando così che fossero più protetti. Va inoltre chiarito che la sede episcopale precedente a Oppido era Tauriana, e forse fu deciso di spostarla a causa delle continue razzie e aggressioni che colpivano quest’ultimo centro.
Mandarranès Logaras è uno dei primi “deliesi” di cui si ha notizia. Proprietario terriero, nel Brébion risulta possidente di alberi da frutto, castagni, vigne, montagna, querce a Dapidalbôn, l’odierna Pedavoli.7 Dona i suoi possedimenti alla Cattedrale di Oppido a patto che lui, i suoi figli e i suoi nipoti conservino un loro posto dentro la cattedrale. Anche André Métzèkissès ha delle terre e dei parenti nel medesimo chôrion. Così come Théodotè, che possiede anche un mulino ad acqua e della foresta o una donna, di nome Giovanna, monaca, che aveva consegnato i suoi beni alla cattedrale. Altri luoghi vicini a Dapidalbôn sono Boutzanon, Trisilico, Sinopolis, Lakoutzana, Sikron, Roublikon,8 Phrigouriana, Kannabaréia, Avaria, Radikena. In seguito, durante il papato di Gregorio VII (1073-1085) e, in seguito, di Urbano II, le diocesi di Vibona e di Tauriana passano, insieme a quelle di Gerace, Rossano, Squillace, Amantea, Tropea, Crotone, Cosenza, Nicotera, Bisignano, Nicastro, Cassano, Malvito e Martirano, alla diocesi di Mileto, realizzandosi quindi il passaggio dal rito greco a quello latino che poi, nei secoli successivi, avrà definitivamente la meglio.9
Sembra infatti plausibile ipotizzare che, a partire dal V secolo d.C. e, in seguito, con la fuga dei monaci ostili all’iconoclastia promossa da Leone III Isaurico nell’VIII secolo a Costantinopoli, qui in Calabria trovarono riparo migliaia di monaci di rito greco, molti dei quali si stabilirono proprio nell’Aspromonte, fondando grange o minimi luoghi di culto, secondo appunto l’usanza di rito greco, che si muoveva tra anacoretismo e cenobitismo. Qui sappiamo che era presente un monastero di devoti a Santa Marina, fino a qualche anno fa in minima parte ancora visibile10 e che costituisce unon scrigno impressionante di leggende che ci mettono in contatto con l’altra Delianuova, quella legata alle tradizioni popolari legate all’Aspromonte, a Polsi, alla Sibilla, e che richeiderebbero una trattazione a parte. Per ora basta sapere che una vecchia leggenda narrava che il Guerrino a un certo punto del suo peregrinare, si recò nel monastero di Santa Marina, nei pressi di Delianuova, e qui incontrò la Sibilla, alla quale Guerrino chiese notizie sui suoi genitori non dimentichiamo che il padre di Guerrino era Milone D’Aspromonte. In realtà la storia non era tanto diversa dalla restituzione letteraria, dove, all’inizio del Vº libro, Andrea ci racconta che: “Sendo Guerrino nella città di Risa e domandando certe persone dov’era questo monte della Sibilla, s’aboccò con uno vecchio uomo el quale gli disse in sulla piazza di Reggio, in presenza di certi forestieri ragionando, ch’e Ili aveva uno libricciuolo che parlava di questa Sibilla, e come due v’erano andati. E l’uno non vi volle entrare, e ll’altro non tornò mai; e cche quello che tornò disse che Ile montagne erano grandi e non si abitavano per li grandi dirupamenti che gli sono; e cche Ile montagne dov’è la savia Sobilla sono nel mezzo d’Italia, dove possono tutti e venti perché egli è molto alto luogo, e dicesi che già vi figliavano e grifoni. E disse che Ila piu presso città che vi sia si chiama Nocea, e in parte insegnò la via al Meschino. Ed egli si parti da Reggio di Calavria. E adomandando passò le montagne d’Aspremonte per la Calavria e venne alla città di Nocea, la quale ène nell’alpi in mezzo alle grandi montagne d’Appennino”.
“E adomandando passò le montagne d’Aspremonte per la Calavria”: da questo passaggio letterario poi si è sviluppata la tradizione orale secondo cui i monaci basiliani erano detentori della conoscenza del luogo dove si trovasse la Sibilla, tanto che Guerrino passerà da Santa Marina per chiedere lumi. D’altronde, è lo stesso Corrado Alvaro che ci racconta che gli stessi monaci di Santa Marina si trasferirono nella Valle di Polsi e edificarono una chiesa proprio di fronte all’antro della Sibilla.
Insomma, i resconti di questi secoli su Delianuova sono di due tipi: o legati a informazioni burocratiche derivanti da qualche dato contenuto nei registri ecclesiastici, che però nulla aggiungono e nulla tolgono a quanto già sappiamo, oppure sono legati all’immaginario più ampiamente apromontano, figlio a sua volta della tradizione delle chanson de geste di epoca normanna che costituirono un filone assai importante all’epoca, dalla Chanson D’Aspromont (che fu l’opera antesignana) al Guerrin Meschino, all’Aspramonte, sempre di Andrea da Barberino. Ricordiamolo: tutte opere che autori come Boiardo e Ariosto lessero, rilessero e alle quali si ispirarono fortemente e che in parte sono ambientate a Reggio e in questa area della Calabria.
Dal punto di vista amministrativo, nei secoli angionini e aragonesi l’area fu feudo dei Ruffo prima e degli Spinelli dopo. Paracorio, le cui prime attestazioni a noi pevenute risalgono al 1603, potrebbe essersi sviluppata, come visto in precedenza, su impulso degli Spinelli, che fecero venire manodopera e contadini da Cariati. La cosa singolare di Paracorio è che, in molte fasi della sua storia, ha superato Pedavoli in numero di abitanti. Questo era dovuto probabilmente a una migliore aria e, se possiamo usare questa espressione, “a una migliore qualità della vita” dovuta ai benifeci che portava la montagna immediatamente circostante, cosa di cui questo posto ha da sempre beneficiato.
Al 1735 risale una leggenda di un amore tra Micuccia e Antonio, una coppia di giovani la cui vita felice fu rovinata dall’intervento di due briganti, curiosamente cosentini che sconvolsero la vita della famiglia innescando una spirale di omicidi e di vendette. Un particolare interessante che viene citato, e che ci fornisce un’informazione su quel periodo, è relativo al vallone di Gelomagro, luogo in cui si consumano alcune di queste vendette, che già allora era conosciuto per essere un ricovero maledetto perché accoglieva le salme dei bimbi morti senza battesimo, e che lo fa assomigliare al Taigeto spartano o alla rupe Tarpea.11
Purtroppo il Grande Flagello del 1783, come sappiamol ha cancellato la memoria orale e scritta dell’area. Questo evento comportò dei cambiamenti sociologici e antropologici notevoli, dovuti al fatto che, a seguito dell’abbasamento dei prezzi dei terreni e a seguito del forte bisogno di incamerare liquidità, molti proprietari iniziano a vendere i loro terreni a un numero sempre più ristretto di famiglie, le uniche che in quel moemnto avevano disponibilità economica o grazie al frtuto del loro lavoro o grazie ad amicizie importanti.
Tra il 1785 e il 1804 per esempio, i Cordopatri, che vengono dal territorio di Rizziconi e che hanno uno dei loro parenti dentro la Cassa Sacra, iniziano a comprare una quantità incredibile di poderi. Querceti, noceti, castagneti, vigne, boschi per il legname. Iniziano una politica di acquisizione che nel giro di pochi anni li porterà a essere in sostanza i padroni di Paracorio e a edificare i primi palazzotti nobiliari, tutti rigorosamente in corrispondenza delle discese in modo che la pioggia potesse portare via più agevolmente i detriti che via via si accumulavano. Secondo alcuni, è da questo momento che inizia la grande fioritura della pietra verde, grazie all’intervento di maestranze siciliane portate appositamente. Secondo altri invece la lavorazione della pietra verde fu avviata e praticata dai monaci basiliani, che la trasmisero agli aritgiani locali, ma è una questione di ciui si parlerà in seguito. Vero è che i due borghi in qualche modo, lentamente e con difficoltà, iniziano a rinascere e nasce anche l’impianto urbanistico attuale, poiché i due centri si spostano negli attuali insediamenti. Vero è che le vie e i portali della pietra verde hanno un impianto in alcuni punti neoclassico, in altri ci sono dei vezzi più liberty, in altri ancora una sontuosità tutta umbertina, così comeè vero che ci sono elementi in pietra verde che risalgono a prima del terremoto che testimoniano di una attività già avviata.
Nel 1807 a Delianuova (ricordiamolo, ancora divisa in Pedavoli e Paracorio) vi fu un nutrito gruppo di persone che combatté in funzione antifrancese. Si trattava di due fratelli di nome Giuseppe e Giovanni Perrone e di un prete, don Giuseppe Melecrinis, loro zio. I tre facevano parte di una banda di circa trentasei uomini di Pedavoli che si stanziò a Gambarie e a Santa Marina, nei pressi del convento (che già all’epoca non c’era più), dopo un saccheggio nel Paese a opera dei francesi.
Inoltre, questi ultimi pretendevano cibo e derrate. Per esempio, chiedevano al comune di Pedavoli, che aveva 1130 abitanti, 63 cantàia di paglia da letto e 560 per le bestie. A quello di Paracorio, che contava 600 abitanti, 320 da letto e 290 per le bestie. Quello che non si riusciva a produrre, bisognava corrisponderlo in denaro, tre carlini per soldato. Teniamo presente che un cantàio equivaleva a 89 kg. I Perrone secondo alcune ricostruzioni, fecero parte di quel gruppo di dissenzienti antifrancesi che la notte tra il 6 e il 7 maggio del 1807 misero fuoco alle baracche di Paracorio, distruggendo 200 delle 240 abitazioni presenti, sotto gli occhi impotenti dei francesi.
Insieme ai dissenzienti, c’erano anche i filofrancesi. A parte i più popolari attivisti politici, come Giovanni Rechichi, altri deliesi si vantarono di essersi arruolati con la Grand Armée per la campagna di Russia. Due deliesi tornarono vivi da quella esperienza e ne raccontarono le gesta fino alla vecchiaia. Si chiamavano Giuseppe Vocisano e Pasquale Papasergio, e appartennero alla Guardia Imperiale sotto il comando del Generale Cambronne. Tra l’altro, raccontarono che molti calabresi in rotta si raggrupparono insieme in modo da potersi aiutare e affrontare insieme quel tremendo nemico. Nel triennio 1806/1809, in Calabria, tutti a vario titolo si sentivano in diritto di saccheggiare. Nei giorni tra il 12 e il 15 dicembre del 1807 avvennero quattro omicidi, probabilmente legati a un regolamento di conti in funzione antifrancese. Il 13 infatti furono uccisi nei boschi intorno a Scido il brigante Antonino Fedele (u Trojanu) e il brigante Domenico Italiano di Giuseppe (Vintunu), a quanto pare ucciso dai compagni stessi. Il 15 Domenicantonio Gangemi di Giuseppe, (fucilato dalla giustizia dice il parroco Rechichi, ma non si capisce a quale giustizia si riferisca) e il 12 Domenicantonio Cordopatri (ucciso da’ briganti) che proprio in quei mesi stava edificando una casa tuttora presente in Paese, e che reca nel frontespizio la data di costruzione, cioè 1808. Il fatto che tale abitazione abbia uno stile architettonico marcatamente neoclassico fa pensare che il Cordopatri fosse un simpatizzante filofrancese, e che per queste sue simpatie e amicizie fu ucciso, anche se al momento non ci sono prove per confermare né per smentire questa ipotesi. Sempre di questo periodo è la storia di Carmela Tucci, una ragazza che fece di tutto per sfuggire alle attenzioni di un militare francese che la desiderava. Ma quest’utima storia si colloca nel filone di narrazioni tossiche nate per accreditarsi come filoborbonici, allo stesso modo di come, con l’unità d’Italia, tutti si risvegliarono patrioti o come, alla fine della Seconda guerra mondiale, tutti si risvegliarono antifiascisti.
Non esiste una letteratura da Grand Tour su Delianuova, e questo a mio avviso è un bene. Ci è stata risparmiata tutta quella paccottiglia razzista, franco o anglocentrica, che tanto ha contribuito a veicolare il mito dell’hic sunti leones. Certo, in cambio abbiamo pagato il pegno di non avere testimonianza articolata almeno sulla composizione geograpfica, urbanistica, culturale del tempo.
Ci sono stati deliesi illustri in questo secolo, qualcuno finito ai bagni penali per la sua attività antiborbonica, come don Candido Carbone, già all’epoca dei Moti del ’48, o qualcuno con la fama di giovane favoloso, come Giovanni Andrea Cordopatri, un filosofo leopardiano, romantico, con tratti maledetti, morto in gioventù di tisi. Molti letterati, la cui qualità concreta delle produzioni però è tutto sommato davvero molto, molto limitata. Una grande figura fu, a mio avviso, quella novecentesca di Francescantonio Leuzzi, che fu un importante e innovativo medico e luminare, dalla grande tempra morale e raffinatissimo appassionato di paleologia, furono sue le prime riceche su un altro luogo mitico e ancora non sufficientemente esplorato della montagna di Delianuova, che è la rocca di Pietrasalva, negli anni Trenta del XX secolo.
Nel 1847 Pedavoli fornisce gli uomini della Guardia Borbonica che finiranno per catturare e uccidere Giandomenico Romeo. Approfondiamo una attimo la storia: nel dicembre del 1847 il giovane carbonaro calabrese Giandomenico Romeo, a capo di una rivolta antiborbonica, dopo mesi di latitanza, fu catturato e ucciso insieme ai suoi compagni. Dopo averlo ucciso gli staccarono la testa, la infilzarono a un palo e la portarono a Reggio dai luogotenenti borbonici affinché potessero verificare di persona la loro fedeltà al Re e affinché si intascassero la taglia da 300 ducati. Gli assassini erano di Pedavoli. Per anni si è detto che il successivo ingresso dei garibaldini a Pedavoli fu preceduto da un momento in cui questi ultimi presero in considerazione l’idea di vendicarsi di quell’omicidio, ma non sembrano esserdi prove che lo confermano. Si sa che i garibaldini entrarono direttamente in paese il giorno di Ferragosto del 1860 in maniera del tutto pacifica, pigramente ma garbatamente accolti dalle autorità e dalla popolazione.
Comunque, tornando a Giandomenico, la notizia di questo giovane trucidato in Aspromonte per l’Ideale cominciò a serpeggiare di cenacolo in cenacolo, di osteria in osteria, di cantina in cantina. Bisognava fare qualcosa. A qualcuno venne in mente che quei calabresi ribelli andavano in giro con il cappello sulle ventitré, a mo’ di sfregio contro le Autorità. Questa storia circolò anche nei più sediziosi tra i salotti milanesi, fino a che quello stile fu usato anche dai rampolli dell’alta borghesia meneghina come gesto di simpatia e solidarietà con quei giovani idealisti, così lontani e così vicini. In realtà la moda aveva preso piede già a partire dal 1845, quando il ‘Corriere delle Dame’, il giornale che all’epoca faceva opinione come ‘Vogue’ nel Novecento, ne sdoganò l’uso con un meraviglioso servizio. Così quel cappello girato di un angolo verso sinistra, lo stesso usato dai ribelli calabresi divenne molto popolare tra patrioti, a tal punto che gli austriaci ne vietarono l’uso e che divenne uno dei simobli della rivolta delle cinque giornate, immortalato in seguito anche nel bacio di Hayez e che poi, tra l’altro, divenne il prototipo dei cappelli usato dagli Alpini.
Nel 1878 Pedavoli e Paracorio si uniscono in matrimonio. Delianuova entra quindi nella grande narrazione collettiva legata alla tremenda immigrazione egli ulteriori teeremoti, tra i quali quello del 1905, prima ancora di quello del 1908, producono profondi danni alle persone e alle cose. Il periodo fascista trascorre in maniera significativamente altalenante. Se è vero che il comune aderisce prontamente al fascismo, è anche vero che Delianuova è stato uno dei pochi comuni dell’area aspromontana in cui ci sono stati evidenti focolai antifascisti, sia grazie alla figura di persone come Francesco Caminiti, che fu inviato al confino, e sia attraverso alcuni fatti di cronaca che riguardarono l’uccisione di un Greco, potestà di Delianuova, nel 1935. L’assassino ottenne talmente tanta risonanza che fu chiamato lo stesso Farinacci a difendere i Greco, spingendo per il movente passionale anziché per quello politico. I canadesi arriveranno poi a Delianuova in bicicletta, da Gambarie, nel pomeriggio del 5 settembre.
1 Lorenzo Giustiniani nel Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Vol. VIII del 1804, sostiene che Paracorio, “ove di respira buon’aria”, “è abitato da 850 individui”, “Si possiede dal Principe di Cariati”, “vi è l’industria di nutricare i bachi da seta” e “vi si fa dell’olio”. L’origine da Cariati dei paracoriesi è confermata anche da Candido Zerbi nel suo Della città, Chiesa e Diocesi di Oppido Mamertina e dei suoi Vescovi, Roma , 1876, pp. 122-127. Queste fonti sembrerebbero dunque testimoniare la nascita di Paracorio durante il periodo di dominazione degli Spinelli, i quali erano anche Principi di Cariati.
2Natoli, Callea, De Salvo, Alagna, Autelitano. Purtroppo la tradizione estetizzante letteraria e antifilologica ha proliferato fino a tutto il Novecento, generando una montagna di letteratura fuorivante e tossica dal punto di vista storico.
3 Contenuto in: Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes, tome 83, n°1. 1971. pp. 9-29.
4AA. VV, Magna Grecia Bizantina e tradizione classica, Atti del Decimosettimo convegno di studi sulla Magna Grecia, ed. Arte Tipografica, Napoli, 1977, p. 93.
5Il Corpus consultato da Guillou è depositato presso Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano.
6 Franco Fanciullo, Diplomi italo-bizantini e dialetti sud-italiani, in Studi Classici e Orientali Vol. 64, 2018, Pisa University Press, pp. 353-366.
7In realtà il fatto che Pedavoli equivalga a Dapidalbôn non è scritto e né dimostrato da nessuna parte. Si va per esclusione a partire dall’elenco di chôria fatto da Gillou, e sembra plausibile pensare che la Dapidalbôn citata equivalga a Pedavoli. Questa corrispondenza sembra oggi la più accreditata ma, curiosamente, è la meno dimostrata filologicamente.
8Forse Lubrichi?
9Sarà il vescovo Attanasio Calceopulo a completare il traghettamento trai due riti nella Diocesi di Oppido attorno al 1480.
10Maria Macrì, Il culto di santa Marina fra Oriente e Calabria. Origini e storia del monastero di Santa Marina in Delianuova. Università degli Studi di Messina, 2019, Tesi di Laurea.
11Questa fiaba ce la racconta Amato Licastro nel libro “L’anima di Antonio Galone”, Polistena, Stabilimento tipografico degli orfanelli, 1933.
