Articolo apparso sulla Rivista “Quants – Tempi Moderni” – Febbraio 2022.
1912. Uno studioso poco più che trentenne scrive un breve saggio in cui ragiona sulla Moda come fenomeno sociale. Le sue riflessioni sono ricche di spunti interessanti ma il suo studio non attira le necessarie attenzioni: forse perché non è “abbastanza” alla moda?
Nel 1912, in tempi non sospetti, uno studioso di origini calabresi di nome Fausto Squillace scrisse un libro pioneristico nel campo degli studi sociologici sul fenomeno della moda.
Il saggio, breve ma molto dettagliato, si intitola appunto “La Moda” e dal 2010 è edito dalle Edizioni Nuova Cultura di Roma.
Di Fausto Squillace riportiamo quello che ci riferisce Angelo Romeo nell’introduzione all’opera: nato a Sondrio nel 1878 da genitori calabresi immigrati, muore a Catanzaro nel 1920. Si laurea in giurisprudenza e lavora come avvocato insieme al fratello Odoardo. Insieme alla professione di avvocato, Fausto porta avanti una febbrile attività giornalistica che all’estero fu apprezzata anche grazie a diverse traduzioni dei suoi volumi. In Italia Squillace fu attenzionato da un numero ristretto di studiosi. Tuttavia, tale numero è stato sufficiente a fornire ulteriori informazioni sulla sua attività.
Sappiamo per esempio che questa sua larga riflessione sulla moda è frutto di una serie di conferenze che tenne come giornalista. Squillace infatti non può effettivamente essere considerato un sociologo tout court, anche perché nel 1912 la disciplina, sebbene oramai perimetrata nei suoi fondamenti, non poteva dirsi ancora pienamente avviata e definita a livello di figure professionali ben inquadrate, o almeno non in Italia. Pertanto parleremo più che altro di un protosociologo, o di uno studioso. Anche perché Squillace produsse diverse altre opere di grande interesse. Senza elencarle tutte, citiamo “Lo scopo dell’arte” del 1898; una memoria per il V Congresso internazionale di antropologia criminale di Amsterdam dal titolo “Pazzia criminale in Calabria” del 1901, una “Critica della sociologia” del 1902; “La base economica delle questione meridionale” del 1905, “La scienza sociale e le sue parti” del 1909.
In quell’epoca era ancora forte il dibattito sui confini epistemologici che spettavano a una scienza sociale. Nel contempo, era il periodo in cui si raccoglieva l’eredità positivista applicandola anche a fenomeni culturali prima ritenuti al di fuori del perimetro scientifico. Pioneristico sulla moda fu un articolo di Georg Simmel, del 1910, nei confronti del quale il lavoro di Squillace non è da meno, se non per il fatto che è stato colpevolmente poco considerato, forse per una questione di puerile soggezione nei confronti dei padri costituenti della disciplina. Squillace ha letto Simmel ma, dimostrando anche una ammirevole comprensione del dibattito e della letteratura dell’epoca sul tema, cita anche un saggio antiquato dello Spencer, un capitolo frammentario del Tarde, un paragrafo di psicologia sociale del Ross come uniche produzioni scientifiche che i sociologi hanno generato sulla moda. E le passa in disamina una a una, dedicandovi l’intero primo capitolo e concludendo poi con una panoramica etimologica sul termine “Moda” che spazia dal tedesco all’ebraico, dal francese al celtico, dal latino al basco. Squillace definisce la moda, freddamente, come un fenomeno sociale di origine psico-collettiva di carattere estetico; è una forma d’arte, e più precisamente, d’arte decorativa applicata al corpo umano.
Per chiarire questa definizione lo studioso parte da lontano, e cioè dalla teoria dei tipi collettivi che, a sua volta, genera tipi collettivi specifici in date culture. Per “tipo collettivo” Squillace intende il carattere di un determinato clima storico e sociale che si esplicita in professioni, classi sociali, organizzazioni specifiche di una società. Nasce quindi il tipo collettivo dell’artigiano o del commerciante di stoffe o dell’immigrato o del letterato o del guerriero, a seconda di come una società si struttura. Ma vi sono anche tipi collettivi più specifici, cioè appunto mode, che determinano il funzionamento di una società: vi era un tempo in cui era di moda suicidarsi con l’arsenico, altre volte lo si faceva con la corda. Ai tempi di Erasmo e a quelli di Voltaire era di moda ridere del papa e dei papisti, scrive Squillace. Ecco, per questo motivo lo studioso definisce la moda come un fenomeno artistico che riverbera il tipo collettivo della bellezza umana: e perciò dobbiamo fermarci all’arte, e specialmente al tipo collettivo della bellezza umana, che è quello che interessa pel tema speciale della moda. Ed allora è facile constatare che ogni popolo, ed ogni epoca dello stesso popolo, ha avuto un proprio tipo di bellezza: il tipo femminile dipinto da Leonardo da Vinci non è quello del Perugino o di Raffaello; il tipo dell’amante pallida e sognatrice del romanticismo non è quello della vergine forte dell’arte imperialista (…); il tipo o l’ideale della Bellezza umana e dell’Arte è stato sempre e sarà relativo al tempo e al luogo, come ogni altra manifestazione sociale.
La bellezza umana, prosegue Squillace, è governata da criteri estetici, psicologici ed economici, che la definiscono di volta in volta come tipo. Risulta interessante il criterio economico, perché è un aspetto che all’epoca non era molto scontato toccare, essendo ancora in voga un approccio romantico, se non neopsicologista, al tema. Il criterio economico infatti è determinato dalla rarità, cioè il principio in base al quale si ritiene bello ciò che è raro. Si tratta di un argomento che Squillace toccherà in seguito, quando si occuperà del lusso, altro tema niente affatto scontato all’epoca.
Secondo Squillace, è il bisogno dell’ornamento che ha creato il vestito, insieme al bisogno di risolvere la propria timidezza: la moda è una forma di arte decorativa del corpo umano, una delle più antiche forse. Non ha tanto a che vedere con il coprirsi dal freddo o dalle intemperie. La moda è un coprirsi differente e in continuo mutamento e sta in questo mutamento la sua essenza. L’uomo sente che l’ornamento artificiale è la linea di distinzione tra l’animale e lui. E in effetti, se pensiamo a come vengono abbigliati oggi molti animali domestici, capiamo che il primo, vano e patetico sforzo per umanizzarli passa proprio dall’abbigliamento, e ciò testimonia la verità di tale riflessione. Ma non è questo l’unico spunto interessante: Squillace apre un tema di grande attualità che è quello della globalizzazione ma lo fa da uomo dei suoi tempi, parlando di cosmopolitismo. Leggiamo: la manifestazione socialmente uniforme del bisogno che era prima ristretta in breve cerchia (comuni, province) ora va divenendo nazionale, anzi vi è una moda cosmopolita per le classi della stessa coltura. La consuetudine del bisogno, ristretta per spazio, ma per tempo permanente, si fa generale trasformandosi nella moda cosmopolita a misura che si diffonde una eguale coltura tra i popoli e le diverse classi dello stesso popolo. Quindi è che nelle classi così dette colte, la Moda si diffonde in maniera uniforme. La consuetudine del consumo contribuisce a formare la massa sociale del bisogno. Per questo motivo una moda è il termometro di una cultura e di una società, per questo motivo la moda riveste un senso fondamentale per lo studioso dei fenomeni sociali: una Moda uniforme e stazionaria è indice di omogeneità sociale e di arresto di sviluppo; una Moda varia, ma rigida, mostra distinzioni sociali e di caste; una Moda rapidamente variabile, sebbene comune e in sostanza uniforme, mostra lo spirito democratico livellatore, ma inquieto, vivace ed espressivo della moderna civiltà.
Molti, osserva Squillace, confondono la moda con l’eccentricità. Nulla di più sbagliato, poiché si sta parlando di una forma di arte. Pertanto la moda è eleganza, dunque distinzione, finezza, proprietà. Per questo motivo la moda varia, perché esige l’eleganza: è vero dunque che spesso la moda si allontana da tutto ciò che è pratico e ragionevole, cioè dal buon gusto e dal buon senso; ma anche questo si spiega, giacché se la Moda, esaurito un periodo imitativo ricomincia un periodo nuovo, inventivo, quindi dà luogo alla Eleganza, cioè alla distinzione, deve dirigersi verso l’anormalità, cioè verso l’esagerazione, il non pratico, il non ragionevole (…). Ma, comunque, bisogna sempre distiguere tra l’Eleganza e l’Eccentricità, che Squillace vede come una forma di pervertimento del potere di critica sulla realtà, e la moda ha questo lato oscuro: supponete un originale che si vesta oggigiorno alla moda di altri tempi; la vostra attenzione allora è richiamata su quel costume, noi lo distinguiamo assolutamente dalla persona, noi diciamo che la persona si maschera (come se ogni vestito non mascherasse) ed il lato ridicolo della moda passa dall’ombra alla luce.
Infine, tra le altre, Squillace si concede una bella e ricca riflessione sul concetto di lusso. Perché? Perché il lusso nasce in base a quel criterio di economicità di cui si accennava all’inizio di questo articolo, quando si diceva che l’essenza della moda risiede nella rarità. E il lusso segue questo principio: il lusso punta al dominio perché si basa sul possedere qualcosa che altri non hanno: è di lusso non tutto ciò che è bello e buono, ma tutto ciò che, per il suo prezzo elevato e per la sua rarità, è desiderabile e non da molti raggiungibile. Quindi il lusso non è questione di denaro, per come viene concepito oggi: esiste un lusso anche nell’essere poveri e avere qualcosa che altri poveri non hanno. Se l’eccentricità corrompe l’eleganza, ecco che la falsità corrompe il lusso: per falsità, Squillace intende tutto ciò che si pone come imitazione di un prodotto di lusso. La moda attuale è piena di esempi simili, con abiti di alta moda riadattati per canali distributivi più economici (“la linea economica”). Si generano quindi specifiche figure ibride di persone abbigliate goffamente, strizzate in pantaloni troppo stretti o in push up eccessivi: è la deriva della volgarità, cioè inseguire una rarità mettendo in mostra il fatto che la si ambisce ma non la si è raggiunta. Si intravedono già dei campanelli di allarme nel discorso che lo studioso calabrese fa sul lusso, e sulla sottostante teoria dei bisogni, che oggi sono più che mai attuali.
Certo, Squillace scrive in un periodo in cui ancora non era arrivata la grande, imperiosa figura della o dello stilista. Coco Chanel sarebbe arrivata da lì a poco, per cui tutta questa parte di indagine gli sfugge. Grandi nomi ce ne erano (di sarti o di stilisti che fossero) ma non si era ancora al livello di popolarità dei decenni seguenti. Ma ovviamente non si può imputare a uno studioso la colpa di non essere stato un oracolo.
Chiudiamo questo articolo con l’ultima previsione di Squillace, rimandando al lettore una riflessione sul fatto se sia adeguabile o meno all’attualità – o alle attualità che si sono susseguite nei decenni successivi al suo scritto: e già si può scorgere come dall’utilitarismo negletto e livellatore del costume moderno, si arriverà di nuovo al culto della eleganza delle forme esterne; così come dall’utilitarismo degli oggetti pratici della vita si sta proseguendo verso una eleganza di forme e di stili, fin negli oggetti più umili.
