Che cos’è l’attesa?

1. Quando comincia l’attesa?

C’è da sospettare che tutta la storia evolutiva umana cominci da un’attesa. La sua fenomenologia infatti inizia già con il concepimento e si trasforma di settimana in settimana fino alla nascita. La gravidanza è la madre di tutte le attese perché è attiva, cioè comporta una trasformazione nel corpo e nella mente di colei che attende.

Nessuna donna è uguale a prima che avvenga una simile attesa. D’altro canto, se è vero che il corpo del padre non muta durante un’attesa, non è men vero che non muti la mente, che si trasforma gradualmente proiettandosi verso la creatura che sta per nascere. Qualunque cosa accada, quest’ultima rappresenterà la compiutezza di questa tensione.

E già perché quando si parla di attesa si parla essenzialmente di tensione. L’etimologia del termine “attendere” infatti fa risalire il termine al latino “ad-”, cioè “verso”, e “tĕndĕre”, rivelando il rapporto dialettico che colui o colei che attende intrattiene con l’oggetto atteso. Il punto è definire con che cosa si instaura questo rapporto, che ontologia ha l’ente che si fa attendere, qual è l’orizzonte in cui si muove, dove risiede il suo cominciamento.

Per rispondere a questa domanda potremmo fare alcuni esempi. Senza cadere in un rigido e vano determinismo storico, conviene partire dal momento in cui l’uomo rivolge il suo sguardo verso il cielo. Sappiamo che la filosofia occidentale nasce dall’osservazione dell’uomo dei fenomeni naturali. “Fisici” si chiamavano i primi filosofi che a loro volta avevano rielaborato la cultura sapienziale orientale. Ma prima, prima ancora, l’uomo ha innanzitutto rivolto lo sguardo verso il cielo osservando due elementi, e cioè quelli più facilmente osservabili: il sole e la luna, con le sue fasi di transizione. Parallelamente a questa forma di attesa, utile a decifrare il mistero degli astri, gli esseri umani si sono esercitati con meticolosa e isitintiva caparbietà ad attendere la preda per poterla uccidere e per potersi sostentare. Sono due attese diverse, un’attesa del corpo e un’attesa dello spirito, ma entrambe sono state motori potenti della nostra evoluzione. Non è un caso che le prime caste sacerdotali fossero formate da coloro che studiavano gli astri, ovvero che sapevano attendere, e che si esercitavano a rendere prevedibile l’oggetto dell’attesa. L’oracolarità si fonda su una lucida previsione del futuro, che è l’altra faccia della medaglia dell’alleggerimento di un’attesa.

La prima attesa, quella basata sulla verifica delle transizioni della luna nel ciclo siderale, si fa risalire al Paleolitico superiore franco-cantabrico, quindi oltre 10000 anni fa, prima ancora della scoperta dell’agricoltura (e quindi di un’altra attesa, cioè quella del raccolto).1

Si basava su una registrazione delle transizioni lunari attraverso delle tacche che venivano fatte su diversi supporti, ossa o pareti di roccia, secondo alcuni ritrovamenti. Il ciclo lunare infatti dura 28 giorni ed è impossibile riconoscere a occhio nudo il divenire della luna e puntarlo ogni notte con un dito. Così si incideva un supporto che precedentemente era stato perimetrato da una cornice, cioè da un orizzonte, in modo da fornire una sequenzialità. La distanza tra una tacca e l’altra in questi supporti, rappresenta pertanto la prima testimonianza di un’attesa, un giorno trascorso con una tensione verso qualcosa, una smentita o una conferma, un movimento e una transizione di stati spaziali o corporei. Allo stesso modo del ciclo di vita biologico femminile, che scorre parallelo e dialoga in continuazione con le transizioni lunari (almeno fino alla nascita della luce artificiale, che secondo molti ha alterato questa amicizia che la donna intratteneva con la luna). Allo stesso modo degli uccelli migratori, che impazzirebbero se non ci fosse una loro bussola biologica interiore capace di orientarli tra le case della luna e gli animali furiosi dello zodiaco. In definitiva, per chiudere, appunto, il ciclo, anche gli esseri umani hanno dovuto piano piano ricostruire il filo del loro orientamento nel mondo e dei mutamenti del proprio corpo, e lo hanno fatto attraverso la pazienza di un’attesa, conclusasi dopo 28 giorni, quando finalmente la luna tornava al suo punto iniziale. Nasceva dunque una rassicurante definizione del tempo, da cui conseguiva un orizzonte. Secondo alcuni, proprio per esorcizzare la paura che questo ciclo potesse alterarsi, è nato l’archetipo della bambina che si perde diventando possibile preda degli animali feroci: Cappuccetto rosso che si perde nel bosco, nella nostra restituzione culturale, niente altro è che la luna che si perde nello spazio delle costellazioni. Niente altro che una dis-attesa, quella dell’uomo che osservava le stelle o del cacciatore che non aveva saputo controllare la ferocia della natura. Avvenimenti terribili, che impedivano all’uomo di segnare un’altra, rassicurante tacca nell’osso o di potere darsi una spiegazione di una periodica emorragia, o di alleggerire la tensione di non far più ritorno dai propri simili.

Quindi questo tempo incerto che costituisce l’orizzonte dell’attesa e che è l’altro termine di paragone attraverso cui si articola questa dialettica, ha generato sapienza e conoscenza. Ma attenzione, non vi sono solo queste primordiali forme di attesa: potremmo per esempio pensare all’attesa che arrivi un determinato fenomeno atmosferico, che però è pur sempre legata all’osservazione del cielo. Oppure vale la pena riferirsi a un’altra attesa archetipica, che è quella del bambino che attende la madre. Processo di reciproco, incredibile e vicendevole amore, questo. Se prima era l’attesa della gravidanza a trasformare la donna, adesso è l’attesa della madre a trasformare il bambino. Colui che attende insomma, è sempre colui che muta.

Su questa forma di attesa ci viene in soccorso S. Freud, che in “Al di là del principio di piacere” ci riferisce questa scena relativa al suo nipotino:

Questo bravo bambino aveva l’abitudine – che talvolta disturbava le persone che lo circondavano – di scaraventare lontano da sé in un angolo della stanza, sotto un letto o altrove, tutti i piccoli oggetti di cui riusciva a impadronirsi (…). Nel fare questo emetteva un “o-o-o” forte e prolungato, accompagnato da un’espressione di interesse e soddisfazione; secondo il giudizio della madre, con il quale concordo, questo suono non era un’interiezione ma significava “fort” [cioè “via”]. Un bel giorno mi capitò di fare un’osservazione che confermò la mia ipotesi. Il bambino aveva un rocchetto di legno con un pezzo di spago arrotolato: ebbene, mai gli venne in mente di trascinarselo dietro per il pavimento, di usarlo, per esempio, come un carrettino. Quel che invece gli piaceva fare era tenere in mano lo spago e scagliare con consumata precisione il rocchetto dietro la spalliera a tendina del suo letto, di modo che l’aggeggio sparisse; contemporaneamente egli emetteva il suo caratteristico “o-o-o-o”. Quindi ritirava il rocchetto dal nascondiglio e salutava la sua riapparizione con un festoso “da!” [“eccolo”]. Questo, dunque, era l’intero gioco: scomparsa e ritorno. Anche se per solito si poteva osservare solo la prima parte del gioco, di per sé instancabilmente ripetuta, non v’è dubbio che era la seconda parte quella che procurava il maggior piacere. Il bambino quindi permetteva senza proteste che la madre se ne andasse. Egli si risarciva, per così dire, di questa rinuncia, inscenando l’atto stesso del comparire e del riapparire avvalendosi degli oggetti che riusciva a raggiungere”.2

Il ritorno della madre per il bambino è come il ritorno della luna per il sacerdote. La compensazione di un’attesa, che in questo caso il bambino simbolizza con un gioco, serve a ripristinare il principio di piacere, a rendere sopportabile la terribile tensione dell’abbandono.

La luna, il gioco, il sangue, la preda. Adesso andiamo un po’ più avanti e proviamo a definire meglio questo orizzonte di attesa, che non sembra quindi essere definito solo da un “se” ma anche da un “quando”. Tornando infatti al nostro uomo del paleolitico, alla nostra donna in attesa di un bimbo, al nostro cacciatore che aspetta la preda o al nostro bimbo che gioca con un rocchetto, tutti e quattro, una volta appurato che è certo che l’evento prima o poi accadrà, passeranno a cercare di capire “quando” accadrà. Si introduce quindi una nozione di tempo, ancora non codificato – sono questi esseri umani infatti i primi nostri codificatori.

2. In te, anima mia, misuro il tempo

La riflessione filosofica sul tempo, nella storiografia filosofica occidentale, la si fa partire tradizionalmente da S. Agostino e dalle sue “Confessioni”. Il punto rivoluzionario che riguarda la riflessione di Agostino sul tempo è legato al fatto che, per via spirituale e nell’ottica di un percorso di ricerca di Dio, il vescovo di Ippona ha introdotto nella storia della filosofia occidentale contenuti che prima di allora erano stati grossomodo trascurati: il dialogo con Dio, tipico dei filosofi e dei pensatori cristiani che precedettero la Scolastica, convoca concetti come tempo, volontà, amore, sofferenza, penitenza, arbitrio, estasi, volontà. E convoca anche il concetto di attesa, e non potrebbe essere altrimenti, per colui che anèla a Dio.

Per esempio, se prima il tempo era analizzato in relazione al movimento, cosa che Agostino stesso prova a fare nel libro XI ma senza sentirsene appagato, adesso diventa un’altra questione, legata alla percezione che il singolo soggetto ha del tempo. E questo influisce anche sul discorso che stiamo facendo: torniamo a pensare all’uomo del paleolitico che osservava le transizioni lunari: quell’uomo, dopo S. Agostino, non sarebbe più pago di avere riconfermato il suo appuntamento con la luna. Adesso egli chiederebbe udienza a Colui che è responsabile del moto lunare, e si interrogherebbe su quale sia la giustizia che governa quel movimento. Da questa forma di attesa, che ovviamente preesiste alla riflessione di Agostino ma che lui tra i primi codifica, nascono cosmogonie. Leggiamo cosa ci dice il vescovo di Ippona:

36. (…) Supponiamo che uno voglia emettere un suono appena un po’ più lungo e abbia mentalmente prestabilito quanto dovrà esser lungo: costui avrà certamente percorso in silenzio e affidato alla memoria quel determinato lasso di tempo, e quindi avrà preso a emettere la voce, che risuona finché sia giunto il termine stabilito. Anzi, che è risuonata e risuonerà: perché quella che è già passata è senza dubbio risuonata, e quanto ne resta risuonerà. Ed è così che passa, mentre l’intenzione presente traduce il futuro in passato, e il passato cresce via via che decresce il futuro, finché consumato il futuro tutto sarà passato.

38. Mi dispongo a cantare una canzone che conosco: prima di cominciare la mia aspettativa è protesa alla composizione nel suo insieme; ma basta che cominci ed ecco, via via che faccio crescere il passato a spese dell’aspettativa, il mio ricordo si estende in proporzione: e il mio vivere in questa azione è un protrarsi nella memoria di ciò che ho già detto e nell’aspettativa di ciò che sto per dire. Ma l’attenzione è presente, ed è la sua presenza a far sì che ciò che era futuro si traduca in passato. Via via che questa azione si compie, l’aspettativa si accorcia e il ricordo si allunga, finché l’aspettativa è tutta consumata, quando l’azione è compiuta e passata tutta nella memoria. E ciò che avviene dell’intera canzone avviene anche di ciascuna sua minima parte fino alle singole sillabe, e di un’azione più lunga di cui quella canzone può far parte, e dell’intera vita di un uomo, che è costituita da tutte le sue azioni, e dell’intera storia dei figli degli uomini, che è costituita da tutte le vite umane. 3

Attenzione, memoria, attesa. Queste tre disposizioni d’animo, tipiche rispettivamente del presente, del passato e del futuro, da questo momento in poi avranno piena cittadinanza nel discorso filosofico e letterario. Certo, tra le tre, l’attesa è lo stato d’animo che più di tutte ha risentito di una lunga letteratura di critica negativa, spesso assunta come una posa puramente estetica. Certe forme di esistenzialismo deteriore per esempio risuonano ancora come forme perverse dell’attesa. Vero è però che l’attesa è compagna dell’angoscia, e questo gemellaggio la allontana dal concetto di speranza, che invece è una forma di attesa innocente. In Agostino tuttavia l’attesa non è ancora angoscia ma inquietudine. È con gli scrittori e filosofi romantici (ma secondo alcuni già Pascal, nel ‘600, aveva codificato alcune “posture” dell’attesa) che nasce una codificazione dell’attesa come tempo completamente divorato dall’inquietudine o dalla malinconia, e credo sia in questo caso doveroso, seppur abusato, citare l’attesa del “Sabato del villaggio” di Leopardi, senza addentrarci in ulteriori, noiosi percorsi. Perché angoscia e attesa siano ben amalgamate, occorre che intervenga un ulteriore stato d’animo, che è la noia (Quando, alle dieci e mezzo, guardai l’orologio, erano solo le nove e mezzo, scrive Alfred Polgar). L’aggancio della noia in uno stato di attesa è spesso prodromico all’angoscia, è un po’ come il maggiordomo che introduce il padrone di casa all’ospite, o l’ospite al padrone di casa. La noia fa su e giù tra angoscia e attesa, indaffaratissima nella sua immobile pigrizia. Questo ci porta a indagare alcune figure simboliche tipiche dell’attesa.

3. Sventurata la terra che ha bisogno di principi azzurri

In effetti, c’è un punto in cui il tempo della misurazione si scontra con quello spirituale, nel percorso evolutivo umano. Quindi si ha modo di fotografare il momento in cui l’attesa comincia a diventare un’altra cosa rispetto al percorso tracciato in precedenza. L’attesa si trasforma quindi culturalmente, a partire dalla nascita dei grandi poemi, greci e arabi e ha una importante variante con lo sviluppo dello spazio religioso cattolico e poi dantesco del Purgatorio, luogo in cui l’attesa è sublimata in una definitiva colpa – cosa già esistente in molte versioni sia in Grecia e sia in diverse altre culture. E in più, l’attesa comincia a femminilizzarsi ben oltre lo spazio della gravidanza al quale si è fatto riferimento in precedenza: le donne diventano in sostanza spettatrici, se non opponenti, delle vite altrui, elemento questo che ricorre ancora oggi nella restituzione filmica e seriale più lisa e deteriore delle fiction della tv generalista. L’eroe o l’artista sono sempre continuamente frenati nei loro intenti da una moglie o da una compagna che sta a casa e li attende, apprensiva, talvolta timidamente fiduciosa, altre volte preoccupata e ostile al percorso del compagno. Nasce la figura di una donna che, nonostante tutto, è condannata all’attesa e in qualche modo se ne vendica. Ci sono innumerevoli esempi nei vari biopic su grandi personaggi del passato, in cui la donna è rappresentata secondo il modello di Penelope. Ecco, per tornare ai nostri poemi, la donna-Penelope realizza uno dei più importanti archetipi dell’attesa: decide di tessere il sudario di Laerte e di disfarlo ogni notte per non dover scegliere tra i pretendenti ai quali in precedenza aveva assicurato che si sarebbe concessa solo non appena terminato il sudario. Senza pensare poi all’altro archetipo di donna-in-attesa, e cioè colei che attende il Principe azzurro. Anche in questo caso la posizione è sconvenientemente di debolezza, poiché impone un giudizio passivo sugli accadimenti del mondo, che sono subiti. Cioè la donna è felice se e solo se c’è un uomo che la sceglie, cioè se c’è un uomo che “la porta via” da una condizione che si presume di disagio, che la redime dunque. Sventurata quindi la donna che ha bisogno di principi azzurri.

L’altro archetipo è quello di Shahrazād. Sebbene le “Mille e una notte” abbiano una tradizione diversa dall’Odissea, e sebbene siano stati testi prodotti in epoca diversa, presentano sempre questa dinamica dello stratagemma escogitato per prolungare l’attesa. Nel caso della principessa orientale in realtà il suo stratagemma era finalizzato a salvarsi la vita, mentre nel caso di Penelope era dovuto al rifiuto di tradire Ulisse.

Nelle “Mille e una notte”, il re Shahriyār, dopo aver ucciso la moglie infedele, sposa ogni sera una donna diversa che la mattina seguente verrà uccisa. La figlia del vizir, Shahrazād, escogita un piano: intrattenere il re ogni notte con un nuovo racconto. Dopo mille e una notte il re sposerà l’astuta principessa, che diverrà regina.

In questo caso si configura un’altra postura dell’attesa, che è il prender tempo, lontanissimo dalla figura dell’attesa come noia. E infatti i grandi professionisti dell’attesa sono proprio coloro che la trasformano abilmente in un guadagnar tempo, tutto il contrario della noia, che invece prolifica sulle emorragie di tempo. Penelope, Shahrazād, ci offrono dunque due esempi di vigile attesa (per usare un termine a noi tutti troppo noto per non essere enunciato), che purtroppo non hanno però generato delle restituzioni a livello di cultura di massa alla loro altezza.

In ogni caso, le due donne sanno che il controllo del tempo è una forma di potere. Ed è questa forma di potere, che si esercita attraverso l’attesa, che adesso proveremo a scandagliare.

  1. Ngarïari

Nel mio dialetto – io sono di Delianuova, in provincia di Reggio Calabria, “temporeggiare” di dice “ngarïàri”. Si usa spesso quando si è in anticipo su qualcosa, e allora c’è qualcuno che invita l’altro a non avere avere fretta, a temporeggiare, e quindi a ngarïàrsi nell’attesa di assolvere a quel determinato compito. Risulta però evidente come il termine nasconda un lato tetro e culturalmente interessante. Questo termine infatti si incarica di raccogliere su di sé tutte le sfumature dolorose che l’attesa conserva, e lo fa con quella prodigiosa sintesi e complessità che solo le parole posseggono. Sui dizionari etimologici viene riportato il termine “angariare” col significato di “trattare duramente, opprimere con angherie”. Tale termine lo si fa derivare dal termine latino “angarìa(m)”, che era, cit.: l’obbligo di fornire allo Stato mezzi di trasporto. Questo termine deriverebbe a sua volta dal greco “ἀγγαρεια” (cioè “ufficio del corriere”, “notizia”) che a sua volta deriva da ἀγγαρos che era l’Àngaro, cioè “il messo del re di Persia con autorità di requisire e imporre tasse”. Il termine dunque ha subito una variazione semantica perché all’inizio era deputato a significare un obbligo e poi è finito per diventare sinonimo di “prepotenza”. Inoltre, si è registrato in seguito un passaggio dalla “a” alla “e”, tipico del fiorentino, sempre secondo quello che ci dice Cortellazzo nel suo Dizionario Etimologico, e quindi “angarìa” è diventato “angherìa”. Questo manterrebbe in piedi il termine calabrese, che conserva ancora la “a” e che ha una origine direttamente greca. Sia Rohlfs e sia D’Andrea riportano il termine “angarïari” con il significato di soverchiare, traccheggiare, temporeggiare, molestare, fare prepotenza contro qualcuno, trattare con violenza. Rohlfs però, a questo significato, nel termine “angaría“, aggiunge il significato di piccolo e noioso lavoro che serve a compiere un’opera e lo fa derivare da “ἀγγαρεια”, che vuol dire appunto “notizia, ufficio del corriere”, come abbiamo visto prima. E quindi il cerchio in questo caso si chiude, e possiamo dunque affermare che la restituzione dialettale di “attendere” è traducibile, nel mio dialetto, con “angariare”, con la particolarità che il verbo è riflessivo, quindi “angariarsi”. Sarebbe l’equivalente di “torturarsi”, “darsi pena”.

Credo che un ulteriore commento a questo termine lo priverebbe di valore: questa parola infatti esiste, nella sua essenzialità, proprio per impedire che se ne spendano altre, men che utili. Rimane solo da certificare come l’attesa possa trasformarsi in una forma di tortura, in un angariarsi autoriferito quando ciò che attendiamo non si palesa o quando potrebbe essere un qualcosa di negativo. Il punto però è che questo qualcosa ci domina. Il gergo militare ci restituisce un’immagine di ciò nella figura dell’”attendente”, cioè di un soldato che, in origine, si incaricava del servizio personale di un Ufficiale. I potenti, siano essi persone o concetti, desideri, responsi, oracoli o notizie, si fanno sempre attendere, fino a diventare un ruolo: colui che si fa attendere. Mai infatti nella storia si è visto un potente condannato all’attesa, e quando si è voluto evidenziare la perdita di un potere o una umiliazione, lo si è fatto ricorrendo alla figura dell’attesa (giusto per sollecitare l’orgoglio clericale, citiamo il celebre episodio di Re Enrico IV che, nel 1076, attende tre giorni e tre notti nella neve, fuori dal castello della contessa Matilde a Canossa, pregando che Papa Gregorio VII gli revochi la scomunica). È per questo motivo che difficilmente si vedrà un politico o una persona di successo fare una fila o mettersi in coda. Però, per quanto possa essere devastante l’attesa, è pur sempre espressione di una energia vitale. Come scrive Pavese il 15 settembre del 1946,4 “Aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettar niente che è terribile.”

  1. Drôle de guerre

Non si può, in verità, non aspettar niente, perché colui che non aspetta niente è fuori dal perimetro dell’attesa; ma la frase di Pavese ha il suo centro nel termine “niente”: sarà forse l’indefinito, l’oscuro, il minaccioso? A questo proposito non si può fare a meno di citare “Il deserto dei tartari” di Buzzati, quanto meno perché è doveroso; ma una fortezza Bastiani in effetti, nello stesso periodo in cui Buzzati scriveva il suo grandioso romanzo, in quei giorni esisteva veramente. Era la Francia, durante il periodo della drôle de guerre, cioè la fase intercorrente tra il settembre del 1939 e il maggio del 1940. Tale periodo fu soprannominato così dai giornalisti, e poi dagli storici perché nei mesi intercorrenti tra la dichiarazione di guerra della Francia e dell’Inghilterra alla Germania e l’invasione tedesca della Francia, non ci fu nessun combattimento, se non qualche episodio sporadico. La guerra era perciò fittizia, una guerra-burla, che è appunto la traduzione di drôle de guerre. I francesi si erano schierati nella Fortezza ad aspettare un nemico che però non arrivava mai, nonostante fosse lì, visibile. In casi come questo, a farla da padrone sono i mass-media, che sono i grandi motori dell’attesa patologizzata. Dovunque c’è attesa, c’è un giornale, un notiziario, un sito pronto a rosicarne dei brandelli e a trasformare l’attesa in una drôle de guerre. Le attese così narrate creano ansia negli ascoltatori. L’ansia ha bisogno di rassicurazione per potere evaporare, e i mass media si pongono come soggetti capaci di rassicurare. Cioè, in altre parole, scatenano l’ansia per poi poterla guarire. Si tratta di un meccanismo circolare ed esso stesso patologico, dal quale uno spettatore intelligente dovrebbe emanciparsi, perché altrimenti finirà per essere agito nelle proprie scelte e fare la parte della pallina all’interno di un flipper. Alcuni esempi: l’attesa rituale delle ondate pandemiche; l’attesa rituale delle catastrofi climatiche (pensiamo ai tifoni negli Stati Uniti, dove da questo punto di vista sono arrivati a un livello più strutturato di quello europeo, arrivando addirittura a fornire una onomastica agli uragani, in un delirio antropocentrico che invidualizza hollywoodianamente la natura), l’attesa di presunte “stangate” fiscali; l’attesa di un bombardamento di un nemico (guardiamo al conflitto russo-ucraino, e facciamo attenzione a come la gran parte delle notizie preannunciano un letale attacco russo, che sia alle centrali nucleari o ai gasdotti o ai civili: “si teme un imminente attacco”, è l’incipit più diffuso. Si teme, o ci sarà? Su questa differenza si gioca la terribile angosciante dialettica con l’ascoltatore). Al di là di chi siano i protagonisti di un conflitto, i mass media sono fisiologicamente degli amplificatori di attese e per giunta sono degli amplificatori immorali. Non si preoccupano infatti della salute mentale dell’ascoltatore, poiché lo spettatore è disumanizzato: sono solo due occhi incollati a uno schermo, èd è fondamentale che questi due occhi rimangano inchiodati lì, anche se il prezzo da pagare è una continua tortura psicologica o un sequestro della sua attenzione. L’incantesimo migliore è alimentare l’ansia dell’attesa, il desiderio di vedere se ci sono aggiornamenti nella prossima puntata, il perverso meccanismo della carezza rassicurante dopo avere preannunciato l’orrore. Non è un caso che vi sia un intero genere di spettacolo elevato a sistema che è l’Entertainment, cioè in sostanza l’inganno del tempo, se la vediamo come Pascal, cioè il divertissement, o dis-trazione dalla reale condizione esistenziale dell’uomo, che comporta una incapacità da parte di quest’ultimo di essere fino in fondo umano, riducendolo a un feticcio di se stesso. Una volta (in un tempo non cronologizzato) era il “passatempo”, e sfuggiva alla logica tecnicista e massificata di inganno del tempo collettivamente organizzato. Era un’altra cosa, era il modo che ognuno di noi aveva per compiere un ammutinamento del tempo, o in definitiva, per ammazzarlo. Adesso invece no, non è un tempo da ammazzare: tutt’altro, per i mass media, è un tempo buono per trarne profitto, e quindi per alimentare all’infinito il meccanismo della drôle de guerre. Quest’ultimo meccanismo poi annulla se stesso quando diventa l’eterno preaannunciare il pericolo, la storia salvifica del pastorello che, all’ennesima volta che sente preannunciare la presenza del lupo, alla fine non ci crede più, poiché finalmente è riuscito a liberarsi dalla prigionìa dell’attesa ansiogena, e pazienza se alla fine il lupo arriverà davvero. Sempre meglio che reagire con l’ottundimento narcotizzante, che è il tema al quale accennerò nel prossimo paragrafo.

6. Un’attesa bianca come la neve e rossa come il sangue

Nella religione cristiana, l’attesa ha un ruolo importante quando Gesù, dopo l’ultima cena, si reca nel Getsemani insieme a Pietro, Giovanni e Giacomo. Nel Sacro oliveto, secondo Marco, Gesù cerca di ridestare tre volte i tre discepoli che nel frattempo si sono addormentati. Il loro sonno è un elemento di grande potenza spirituale e narrativa: l’insopportabilità di quella attesa indiretta li condanna a un sonno potente e ingiusto, specie se messo a confronto con l’angoscia del Cristo, che più volte cerca di ridestarli. A quest’ultimo spetterà la tragica angoscia di guardare l’attesa negli occhi, e da solo. Si tratta di un ribaltamento inconsueto, perché in genere il sonno come antidoto è incoraggiato nelle diverse narrazioni sull’attesa. Il sonno infatti è un altro incredibile dispositivo narrativo, denso di richiami archetipici. Se presumiamo che l’attesa sia un atto di volontà del soggetto per trasformare uno stato di cose e fare in modo che egli stesso si ricongiunga con il suo oggetto di valore, ecco allora che l’antidoto diventa quello di annullare la volontà, annullare il desiderio, annullare lo sguardo dell’uomo che de-sidera la luna. Il sonno diventa quindi la pozione magica che narcotizza la volontà. Lo sapevano bene i greci, che nel mito di Endimione mettono in gioco proprio la dialettica tra l’essere umano e la luna, in un incredibile gioco speculare che ci fa tornare all’inizio della nostra storia, all’uomo paleolitico incantanto davanti al cielo stellato.

Si raccontava – scrive Kerényi – che quando Selene scompariva dietro la cresta montuosa del Latmo, nell’Asia Minore, andava a trovare il suo amato Endimione, che lì dormiva in una grotta. A Endimione era stato concesso un sonno eterno, in origine dalla dea lunare stessa, per poter sempre trovarlo nella grotta e baciarlo.5

Secondo altre restituzioni, di Endimione si era innamorato anche Ipnos, il Dio del sonno, che gli diede la facoltà di dormire con gli occhi aperti. Secondo altri resoconti, era stato punito così perché aveva desiderato l’amore di Era. E la fiaba della bella addormentata Rosaspina, che cos’è, se non una ulteriore prova del fatto che gli esseri umani trasfigurano l’attesa in pazienza, e quindi in sonno eterno? In quest’ultimo caso, Bruno Bettehleim6 ci invita a riflettere su una ulteriore forma di attesa che ci porta a intravedere le colonne d’Ercole dell’antropologia dei riti di passaggio: il sonno di Rosaspina è la quiescente passività tipica delle fasi immediatamente precedenti e immediatamente successive all’inizio del ciclo mestruale femminile, prima che si compia il processo di individuazione nel soggetto, simboleggiato dal bacio del principe. Attenzione, non è l’unica volta che ricorre questo schema: se Rosaspina cadeva in un sonno profondo dopo essersi punta con una conocchia, anche Biancaneve cade in un sonno mortifero dopo aver mangiato la mela rossa, e anche lei verrà svegliata dal bacio del principe. Non dimentichiamo che Biancaneve nasce dalla suggestione della madre che, viste tre gocce di sangue cadere sulla neve, esprime il desiderio di avere una bimba bianca come la neve, rossa come il sangue e con i capelli neri come il legno del telaio della finestra.

Entrambi simboli di una trasformazione dolorosa e impressionante del corpo e nel contempo inviti a prendere il proprio tempo, saper dormire, saper aspettare prima che il processo di individuazione si compia. Non è un caso che il nome Rosaspina indichi che la ragazza fosse un rosa circondata da rovi che la proteggevano, e sui quali perirono diversi suoi pretendenti durante il suo sonno. Cioè: ogni cosa a suo tempo, il momento della maturazione arriverà da sé ma mai affrettarlo, cosa che può essere pericolosa. L’attesa diventa amabile pazienza, fine edificante, virtù della saggia adolescente e dei propri genitori che ne guidano le scelte. Come si diceva prima, questa retorica edificante ha poi ceduto il passo al riduttivismo consumistico del principe azzurro che emancipa la donna da uno stato di presunto grigiore quotidiano. Niente di più lontano da quanto invece queste fiabe ci vogliono raccontare. Niente di più mortificante se pensiamo che in realtà le fiabe elencate sono delle profonde elegie dell’attesa da inquadrare nella fase adolescenziale, e non in età adulta.

7. Del violento scontento

E infine, cosa dicono i filosofi del linguaggio sull’attesa? Wittgenstein non ci credeva molto, nelle sue “Ricerche filosofiche”, al par. 581, dice che:

Un’attesa è adagiata in una situazione, dalla quale scaturisce. L’attesa di un’esplosione, per esempio, può scaturire da una situazione in cui ci si deve attendere un’esplosione. Vuol dire che non esiste una psicologia dell’attesa, poiché, e lo specificherà in un altro paragrafo:7 L’intento è adagiato nella situazione, nelle abitudini e nelle istituzioni umane. Se non ci fosse la tecnica del giuoco degli scacchi, non potrei avere l’intenzione di giocare una partita a scacchi. L’intendere la forma di una proposizione ancor prima di enunciarla è reso possibile dal fatto che io sono capace di parlare la mia lingua.

Vedete come è antipsicologista, come non riconosce un elemento di strutturazione psichica che preceda il linguaggio? Un passo in avanti comincerà a farlo un semiotico raffinatissimo come Greimas, che nell’analizzare la collera, scopre un sostrato legato all’attesa: se la collera è definibile come un violento scontento accompagnato da aggressività,8 e se lo scontento è definibile come frustrazione, e se la frustrazione è intrisa di delusione, ecco che allora viene convocato il concetto di attesa, che è preludio di una delusione. L’attesa è concepita da Greimas come attesa semplice, quando è messa in relazione con un oggetto di valore, o come attesa fiduciaria, che presuppone cioè relazioni modali con un altro soggetto. In altre parole, il soggetto di stato stabilisce un accordo con un soggetto del fare affinché contribuisca a ricongiungerlo con il suo oggetto di valore. Questo rapporto fiduciario può essere anche tradotto nel fatto che si dà fiducia a se stessi oppure a un soggetto esterno che compie, il ricongiungimento, si adopera per farlo. Tale fiducia in realtà si realizza nella costruzione di simulacri ai quali il soggetto si affida: credenze, proiezioni individuali, cioè oggetti immaginari che vanno per conto loro, cioè stabiliscono delle relazioni intersoggettive autonome rispetto al soggetto. L’attesa fiduciaria è agita quindi, perché dipende da altre istanze che ne determinano la sua trasformazione. L’elemento che si riappropria dell’attesa è la pazienza, ovvero, e torna ancora, il sapere attendere, che è appunto un sapere, una competenza modale che il soggetto detiene e che gli consente di armonizzare quell’istanza intersoggettiva. Nell’articolata dialettica tra soddisfazione e insoddisfazione, si articola quindi l’elemento dell’attesa presente nella frustrazione, che a sua volta è un elemento che partecipa del significato semiotico della collera.

Ovviamente non sono questi gli unici riferimenti, né intendiamo che sia necessario approfondire ulteriormente il tema. Ma questo dovrebbe essere sufficiente per dare un’idea delle questione che questo termine solleva e ha sollevato tra alcuni eminenti studiosi del linguaggio.

8. Elogio della tensione

Il 27 novembre del 1945 un uomo si avvicina al suo diario. È stanco per la troppa noia. Fuori fa freddo e ha già fatto buio. La fine della Guerra, risalente alla primavera precedente, gli mette addosso una fastidiosa nostalgia di cui si sente in colpa. Non ha da lavorare, non ha da fare nulla in quelle ore. Attende, sfaccendato. Dopo avere preso il suo diario si sdaia sul letto, accende una sigaretta. Poi scrive sul diario: “Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo? “.

Già, perché attendiamo? La domanda che ancora Cesare Pavese,9 ancora lui, ci rivolge, è cruciale. Possiamo dire che attendiamo perché ci muove un desiderio, cioè vogliamo attivamente fare un tentativo per de-siderare qualcosa, cioè per toglierla dalle stelle e riportarla in terra, o alla nostra comprensione. Esattamente come faceva l’uomo paleolitico quando aspettava la luna. La de-siderava, cioè la toglieva dallo spazio per renderne comprensibile il moto e l’essere. “Smetteva di contemplare le stelle a scopo augurale”, per citare testualmente il dizionario etimologico. In altre parole, ne faceva λόγος, potremmo dire, cioè discorso o, per usare un termine che in questa sede ha casa, ne faceva Verbo.

Roland Barthes così definisce l’insorgenza dell’attesa:

Tumulto d’angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato in seguito a piccolissimi ritardi (appuntamenti, telefonate, lettere, ritorni).10

L’attesa è un incantesimo: io ho avuto l’ordine di non muovermi. L’attesa di una telefonata si va così intessendo di una rete di piccoli divieti, all’infinito, fino alla vergogna: proibisco a me stesso di uscire dalla stanza, di andare al gabinetto addirittura di telefonare (per non tenere occupato l’apparecchio); per la stessa ragione, io soffro se qualcuno mi telefona; l’idea che di lì a poco dovrò uscire, correndo così il rischio di essere assente al momento dell’eventuale chiamata riconfortante, del ritorno della Madre, mi tormenta. Tutti questi diversivi sono dei momenti perduti per l’attesa, delle impurità di angoscia, poiché, nella sua purezza, l’angoscia dell’attesa esige che io me ne stia seduto in una poltrona con il telefono a portata di mano, senza far niente. (…) E ancora molto tempo dopo che la relazione amorosa si è acquietata, io conservo l’abitudine di allucinare l’essere che ho amato: talora, una telefonata che tarda a venire riesce ancora ad angosciarmi e, in ogni importuno, credo di riconoscere la voce che amavo: io sono un mutilato che continua ad avere male alla gamba amputata.

Sono innamorato? Sì, perché sto aspettando. L’altro, invece, non aspetta mai. Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco, allora, di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa io faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.

L’innamorato è dunque colui che aspetta, e Rolan Barthes conferisce quindi un titolo ontologico all’innamoramento, come costitutivo dell’attesa. “Quando il telefono non suonò, capii subito che eri tu”, direbbe Dorothy Parker. E ci torna ancora in mente Pavese, in una restituzione di un verso di De Gregori, che ci riferisce di Cesare che, perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore: lei è una ballerina sua compagna di scuola che diede al diciassettenne ragazzo un appuntamento fuori dal caffé-concerto in cui si esibiva. Il giovane Cesare la aspettò per sei ore, ci raccontano i suoi biografi, dalle 18 fino a mezzanotte, tornandosene a casa fradicio di pioggia e con una pleurite che lo costrinse mesi nel letto. Sfortuna volle che i due non si capirono su quale fosse l’ingresso corretto, e che la giovane ragazza andò via da una uscita secondaria, incontrando per giunta un altro spasimante. E certo, al di là del sottotesto di questo episodio che ci rimanda alla “giusta attesa”, in effetti questo movimento amorevole, se così si può dire, questa profonda passione, fa del soggetto che attende un paziente. Per questo l’attesa è alla base di molte patologie nervose, come ci dice un importante psichiatra come Borgna per esempio.11 Per questo il termine “paziente” è ambivalente: l’esser paziente è una qualità, un sapere aspettare come abbiamo visto. Ma l’esser paziente è nel contempo un ruolo sociale, un habitus in cui ci si traveste da soggetti bisognosi di cure, e l’attesa diventa sopportazione. E se nell’attesa si è pazienti in questo senso, allora ciò che ci attende è ciò che ci cura, e dal quale in definitiva dipendiamo. La religione questa volta ci fornisce una via di fuga interessante dalle angustie dell’attesa patologizzata, pur salvando il concetto di attesa come condizione dell’innamorato: è cioè l’idea che ogni attesa sia in verità una rielaborazione dell’andare verso qualcosa (un ad-tendere, come abbiamo visto – a differenza dell’aspettare, che invece è “un ad-spicere”, cioè un “guardare verso”, e che perciò non è così tensivo come lo è il “tendere verso”). Questa rielaborazione dell’attesa, nella religione cristiana, è tradotta con il termine Avvento.

Non è un concetto eminentemente religioso, se è vero che alla base del termine “avvento”, cioè “ad-ventum”, “venuta”, c’è “avvenire”, cioè “accadere, succedere, capitare, venire verso”, cioè “giungere”. Risiede dunque in questo termine anche il mito dell’utopia socialcomunista del mondo nuovo e le ulteriori dottrine messianiche, o avveniristiche, religiose e laiche. Il punto interessante però è il movimento semantico che questo termine compie, che è esattamente opposto di “ad-tendere”, cioè andare verso. “Ad-venire” infatti vuol dire “venire-verso”, e questo movimento non è assolutamente secondario. In questo modo infatti l’attesa si annulla e le posizioni si ribaltano. L’innamorato diventa quindi il soggetto da raggiungere in un tempo che piano piano lo sta conquistando. L’avvenire non arriva tutto in una volta ma è un quotidiano e faticoso atto di volontà e di fede del singolo. Nella religione cattolica, l’avvento è il tempo liturgico dedicato alla preparazione del Natale, cioè della festa che celebra la venuta di Cristo. Ma è questa Natività a presentarsi e a raggiungere l’umanità, non è il contrario. Eppure se i termini non mentono, a mentire sono i comportamenti. Allo stesso modo della donna che aspetta il principe azzurro infatti, tutto finisce per essere fagocitato dalla bulimia dell’attualità consumistica: ecco che allora scattano le attese dei regali, le attese delle cene, le attese delle vacanze, per una volta che non siamo noi a dover attendere, abbiamo tuttavia sentito l’esigenza di invertire il movimento, di trasformare questo ad-venire di Gesù in un ad-tendere deteriore, rudimentale, privo di raffinatezza, pacchiano. Queste attese prive di poesia che la contemporaneità ci porge sono estremamente patologizzanti, e sollecitano forme di attesa simili ai bollettini medici durante la pandemia anziché alla dimensione eccezionalmentne complessa e raffinata che l’attesa, come abbiamo visto, portà in dono. E allora sarebbe opportuno recuperare il senso nobile di questa tensione. Cioè assumere nell’attesa, esistenzialmente intesa, uno sguardo meravigliato e assente a contemplare l’Esistente, e tuttavia pieno di amorevole attenzione e amicizia nei confronti del divenire del mondo, fino a progettarsi fiduciosamente in esso. Sarebbe questo lo stato di equilibrio ideale in cui l’Attesa si trasforma in un Avvento. E si badi bene, è una attesa tutta mistica, simile allo sguardo della madre quando immagina il mistero del bimbo che ha in grembo o simile allo sguardo del primo uomo rivolto verso al cielo, intento a mappare faticosamente un possibile Ordine Celeste.

1 G. Sermonti, L’alfafabeto scende dalle stelle, Mimesis, 2009.

2 In S. Freud, Opere I parte, Gruppo Editoriale L’Espresso, ed. 2006, pp. 188-189.

3 Confessioni, libro XI, paragrafi. 36 e 38. Edizione Garzanti, 1989.

4Il Mestiere di vivere, Einaudi, ed. 1990.

5K. Kerenyi, Gli dèi e gli eroi della Grecia, p. 169, Il Saggiatore, ed. 1997.

6B. Bettelheim, Il mondo incantato, pp. 195-224, Feltrinelli, ed. 2010.

7 Il 334. L. Wittgenstein, Ricerhe filosofiche, Einaudi, ed. 2014.

8 A. J. Greimas, Del Senso II, pp. 218-220, Bompiani, ed. 1994.

9Ib.

10 R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, pp. 41-43, Einaudi, ed. 2001.

11E. Borgna, L’attesa e la speranza, Feltrinelli, ed. 2018.