Cattività

Anche le bestie seguivano terapie, canidi strappati ai loro antenati spacca-ossa erano divenuti innocui souvenir del Miocène, felini appollaiati negli abat-jour vegliavano su umani narcotizzati. Ma era così cupa la vita durante la cattività? No, probabilmente non lo era. Ed era questo l’inganno: vivere una vita negli agi di crisi economiche perenni era diventato un fatto di abitudine, nessuno ci faceva ormai caso. Le voci in baby-talk offrivano romantiche consolazioni radiofoniche, l’incanto del glamour invadeva gli ultimi boulevard del buonsenso, i vocalizzi ai parlòfoni continuavano a espandersi nell’etere del gossip. Nulla, non c’era nulla che poteva in qualche modo far pensare che tale umanità meritasse redenzione ma tuttavia quella vita non era affatto infelice. Di nuovo, un altro tentativo: era così cupa la vita durante la cattività?

Vero è che le proteste contro l’amministrazione locale, spesso affidate ai social, erano limitate a pochi, personalistici interessi. Moltissime invece quelle contro il Governo o per temi di tipo umanitario, spesso su casi internazionali. La fedeltà alla città era manichea. Questo era un tratto distintivo del Popworld: molte persone che vivevano in città si comportavano come se appartenessero alla guardia scelta del Sovrano. A nulla bastava il pensiero che, come i più fedeli servitori, molti di loro finivano impalati ogni mattina sui vagoni del tram o della metro o dei treni o nelle tangenziali.

C’erano poi esseri umani che svolgevano i lavori più assurdi per sopravvivere: copincollisti per tv che trasmettevano solo funerali, artisti anonimi famosi per aver fatto provocatoriamente bollire la pasta nell’acquasanta o per aver tappezzato nottetempo pareti di ospedali con pagine di Cioran, parrucchieri che tagliavano i capelli per telefono o in video chiamata. Molti arrotondavano facendo gli spalatori di plastica. Erano nel privato isolati, semieremiti o relegati in pochi anfratti di accoliti.

Nugoli, torme, sciami.

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